Scrivere su un blog, diario personale accessibile a tutti, comporta un certo rischio, che va crescendo con l’originalità delle le cose che si scrivono e conseguentemente col numero degli utenti che trovano interessante leggere ed eventualmente commentare quanto scritto.
l web, la rete mondiale informatica, ha messo a disposizione di (quasi) chiunque questa possibilità ma capita di dover pagare pegno, come è capitato al dr. Gaetano Dragotto, procuratore generale della Corte d’Appello di Ancona, blogger che dedica(va) i suoi post al mondo giudiziario, il suo mondo, di cui conosceva molto –secondo alcuni troppo- e, cosa più grave, lo descriveva crudamente ed ironicamente, divulgando disfunzioni e castronerie incastonate come gemme in alcune sentenze.
In una di esse, in una causa di separazione coniugale, viene imposta al marito separato la corresponsione dell’assegno di mantenimento alla moglie e alla figlia…morta.
Consigliamo ai nostri quattro lettori di attingere alla fonte le critiche del dr. Dragotto: c’è da divertirsi, a patto di non essere le persone direttamente coinvolte nelle sentenze….
La corporazione dei suoi colleghi magistrati, alla prima occasione, gliel’ha fatta pagare. Così impara… direbbero ad Ozieri, a toccare il c*** a mamma…
Gli auguriamo e ci auguriamo, ora ch’è passato nel mondo dei più, i pensionati, di dedicare più tempo alla sua missione, contribuendo a migliorare lo stato del sistema giudiziario, quanto mai bisognoso di riforme e messa a punto.
Delle quali s’occupa anche un libro-pamphlet di Stefano Livadiotti, che dopo aver pubblicato «L’altra Casta. L’inchiesta sul sindacato» ha messo sotto osservazione la magistratura con «Magistrati. L’ultracasta» (Bompiani).
“Secondo l’autore, quella dei giudici e dei pubblici ministeri è la madre di tutte le caste. Uno stato nello stato, governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base a una ferrea logica lottizzatoria e riescono a dettare l’agenda alla politica. Un formidabile apparato di potere che, sventolando spesso a sproposito il sacrosanto vessillo dell’indipendenza, e facendo leva sull’immagine dei tanti magistrati-eroi, è riuscito a blindare la cittadella della giustizia, bandendo ogni forma di meritocrazia e conquistando per i propri associati un carnevale di privilegi. Per la prima volta, cifra per cifra, tutta la scomoda verità sui 9.116 uomini che controllano l’Italia: gli scandalosi meccanismi di carriera, gli stipendi fino all’ultimo centesimo, i ricchi incarichi extragiudiziari, le pensioni d’oro, la scala mobile su misura, gli orari di lavoro, l’incredibile monte-ferie, i benefit dei consiglieri del Csm. “
recita una presentazione (interessata) d’un venditore ma confortata da tante recensioni che stimolano la curiosità:
“Secondo le rilevazioni per il 2008 di Eurobarometro, il 31% degli italiani ha fiducia nel sistema giudiziario nazionale (contro l’83% dei danesi, il 55% degli spagnoli e il 49% degli inglesi). […] Un potere autoreferenziale (…) nel periodo 1999-2006, di 1.004 procedimenti disciplinari. 812, pari all’80,9%, sono finiti a tarallucci e vino: con l’assoluzione o il proscioglimento. 126 con l’ammonizione, ossia un buffetto sulla guancia del magistrato. 38 con la censura, che equivale a una lavata di testa. Solo 22 con la perdita di anzianità (che si traduce in un rallentamento della carriera). Appena 2 con la rimozione e 4 con la destituzione.(…) a rimetterci la poltrona è stato solo lo 0,065% dei magistrati.”
Per il Giornale:
“Uno stato nello Stato «governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base a una ferrea logica lottizzatoria e riescono a dettare l’agenda alla politica.Un formidabile apparato di potere che, sventolando il sacrosanto vessillo dell’indipendenza, e facendo leva sull’immagine dei tanti magistrati-eroi, è riuscito a blindare la cittadella della giustizia, bandendo ogni forma di meritocrazia e conquistando per i propri associati un carnevale di privilegi». (…) I magistrati italiani percepiscono gli stipendi più alti d’Europa (oltre alle entrate degli incarichi extragiudiziari), hanno un assegno medio di pensione di 6mila euro (dati del 2002… ) e detengono il record di 51 giorni all’anno di ferie (erano 60 fino al 1979). Non solo. I 9.116 «uomini d’oro» d’Italia possono contare, caso pressoché unico al mondo, su un oliato meccanismo secondo il quale, cassata la parola «merito», attraverso esami fasulli (99,6% di promossi) tutti salgono gradino dopo gradino la scala gerarchica in base alla sola anzianità di servizio, arrivando al vertice (cioè magistrato di corte di Cassazione con funzioni direttive superiori) immancabilmente dopo 28 anni di servizio. […]
due giudici del Tribunale di Brindisi che, complessivamente, per sbadataggine si sono dimenticati dietro le sbarre, uno dopo l’altro, 63 detenuti in attesa di giudizio. Si sono giustificati dicendo che avevano troppo lavoro, e che comunque fino ad allora nessuno si era lamentato. Assolti. […]
Fa giurisprudenza, invece, il caso del rispettabile magistrato romano sorpreso, anno di scarsa grazia 1973, a molestare un ragazzino di 14 anni in un cinema di periferia. La denuncia è per atti osceni e corruzione di minore. La sentenza – otto anni, tre gradi di giudizio e un’amnistia dopo – è assoluzione con l’estinzione del reato. Per i giudici del Consiglio superiore della magistratura il collega pedofilo agì «in istato di transeunte incapacità di volere al momento del fatto». Fu reintegrato in servizio, promosso, e liquidato degli scatti di anzianità congelati. Costo dell’intera operazione, dalla fellatio al pensionamento, 70 miliardi dell’epoca. Ingiustizia è fatta.”
Qualche blog si dilunga ancora di più con citazioni che invogliano a leggere il libro, appassionando sia gli amanti del tragico che quelli del comico:
“E’ un libro tosto, duro, coraggioso, questo di Liviadiotti. Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema negli Stati Uniti, una volta, tornando a vedere i luoghi di origine della sua famiglia in Sicilia, si lasciò scappar di bocca che lui avrebbe avuto una paura indiavolata, a farsi giudicare in Italia per qualsivoglia reato. Chi legge “Magistrati l’ultracasta” capisce perché.”
Qualche accenno di difesa ovviamente s’è avuto, ma la giuria popolare pare orientata a dar credito all’accusa…


H2SO4
2 years ago
Il Riformista prospetta una regia interna all’entourage di Berlusconi per la serie di “disavventure” capitategli negli ultimi due mesi ma sottolinea, a proposito della cena “costituzionale” anche i problemi della Giustizia e della sua -finora- mancata riforma:
” il fronte della giustizia è tornato caldissimo. E ieri, rispondendo ad Antonio Di Pietro, il capo dello Stato si è tirato fuori dalla bagarre. Una nota secca per dire che non ha alcun fondamento istituzionale la richiesta di un intervento del presidente della Repubblica perché «interferirebbe nella sfera di insindacabile autonomia della Corte costituzionale». Il presidente della Consulta, Francesco Amirante, ha apprezzato molto il pronunciamento del Colle: ….. «La Corte nella sua collegialità deciderà come ha sempre fatto, in serenità e con imparzialità e obiettività, le questioni sottoposte al suo esame». In una nota informale fatta trapelare dalle agenzie di stampa, si fa sapere che sono due gli articoli del regolamento generale che consentono di affrontare la questione della cena, nel caso un componente della Consulta porti all’attenzione della Corte il caso. Sono gli articoli 15 e 16 e quest’ultimo scatta qualora si ravvisino elementi di incompatibilità del giudice. Ovviamente, il riferimento è alla decisione che dovrà essere presa nel prossimo autunno, il 6 ottobre, sul lodo Alfano.
Dopo la lettera di Mazzella di mercoledì scorso, ieri si è fatto sentire l’altro giudice costituzionale della cena. Per Napolitano, la richiesta di dimissioni avanzata da Di Pietro «è un tentativo di intimidazione, una richiesta spropositata». E aggiunge: «Non sono un dietrologo. Sto ai fatti, e cioè che c’è stata una reazione violenta e sproporzionata rispetto al tipo di contestazione.
E la contestazione quale era? Quella di essere andato a cena col presidente del consiglio in carica? È chiaro che un giudice di Tribunale non può andare a cena, pranzo o colazione con persone che deve giudicare. Ma in questo caso è diverso: noi non giudichiamo mica il presidente del Consiglio dei ministri, noi giudichiamo sulle leggi».