Nel mio quotidiano navigare nell’oceano del web, sulla cui superficie sale a galla quanto vi si riversa -e negli ultimi 40 giorni è affiorato di tutto- m’imbatto in notizie che, messe in associazione, portano a considerazioni degne di meditazione –volontaria, s’intende-.
Scopro, nella mia ignoranza, che Paolo di Tarso, fariseo tessitore di lana di capra (il cilicium) prima e ardente cristiano dopo, ha percorso 16.000 kilometri, attraversando terre e mari, per portare alle genti il messaggio affidato da Gesù ai suoi discepoli.
Per anni, a piedi o a dorso di mulo, sempre più lontano dalla Palestina, nel I secolo d.C., quando i viaggi erano un’avventura insidiosa, quasi sempre da solo, per contrade desolate, e concludendo il viaggio a Roma col martirio.
Certo una vicenda umana eccezionale, con incontri folgoranti e fede granitica, che oggi non riusciamo ad apprezzare nel nostro mondo low cost, comodo e senza meta.
Leggendo altre notizie ci chiediamo il perché di tanto camminare e di tanto penare, anche da parte di moltitudini che per duemila anni hanno seguito, se poi la conclusione è quella che si condensa brutalmente in un titolo del Giornale:
Il prete vieta il segno della croce: “Se no i musulmani si offendono“.
Non devo giudicare e ho la certezza che non potrà essere l’eventuale errore di un qualunque caprone smarrito a rendere vano l’intendimento del Pastore.
Però, quanto mi piacerebbe se si procurasse qualche buon cane, magari del tipo fonnese…


Pubblicato il 3 giugno, 2009 alle 8:10 pm da Domenico