La presa della pastiglia

Pubblicato il 1 agosto, 2009 alle 7:26 pm da Domenico


La presa della pastiglia

Su L’Osservatore Romano del 1 agosto mons. Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha scritto alcune considerazioni sulla pillola abortiva che permetterà a qualunque donna di liberarsi della creatura che la natura le ha affidato in custodia, quando è maggiormente indifesa. Come dovesse assumere un’aspirina per l’emicrania, anche se con qualche rischio in più.

C’è una triste tendenza che si sta imponendo poco alla volta in alcuni frammenti della cultura contemporanea: la banalizzazione. Dalla vita alla morte tutto sembra sottoposto a un mero processo semplificativo che tende a rinchiudere ogni cosa in un affare privato senza alcun riferimento agli altri. In questo modo, però, la coscienza si assopisce e diventa progressivamente incapace di giudizio serio e veritiero.

[…]Come ci si può sottrarre davanti al fatto che troppi casi di morte si sono verificati dopo l’assunzione di questo trattamento? Come non considerare gli aspetti etici che questa pillola comporta? Come trascurare l’impatto che avrà sulle giovani generazioni di ragazze che ricorreranno sempre più facilmente a questo uso? […] . Inutile tergiversare. La Ru486 è una tecnica abortiva perché tende a sopprimere l’embrione da poco annidato nell’utero della madre. Che il ricorso all’uso di questa pillola sia meno traumatico che sottoporsi all’operazione è tutto da dimostrare. Il primo trauma nasce nel momento in cui non si vuole accettare la gravidanza ed è proprio qui che si deve intervenire per aiutare la donna a comprendere il valore della vita nascente. L’embrione non è un ammasso di cellule né un po’ di muffa come qualcuno ha avuto l’ardire di definirlo; è vita umana vera e piena. Sopprimerla è una responsabilità che nessuno può permettersi di assumere senza conoscerne a fondo le conseguenze.
L’assunzione della Ru486, quindi, non rende meno traumatico l’aborto, solo lo rinchiude ancora di più nella solitudine del privato della donna e lo prolunga nel tempo. È necessario ribadire che quanti vi fanno ricorso stanno compiendo un atto abortivo diretto e deliberato; devono sapere delle conseguenze canoniche a cui vanno incontro, ma soprattutto devono essere coscienti della gravità oggettiva del loro gesto. L’aborto è un male in sé perché sopprime una vita umana; questa vita anche se visibile solo attraverso la macchina possiede la stessa dignità riservata a ogni persona. Il rispetto dovuto verso l’embrione non può essere da meno di quello riservato a ognuno che cammina per la strada e chiede di essere accolto per ciò che è: una persona.
[…] è difficile far comprendere che la via da seguire per mantenere il primato dell’etica non è quella di fornire con molta tranquillità una pillola, ma piuttosto quella di formare le coscienze. Questo compito è arduo perché comporta non solo l’impegno in prima persona, ma la capacità di farsi ascoltare e di essere credibile. La nostra opposizione a ogni tecnica abortiva è per affermare ogni giorno il «sì» alla vita con quanto essa comporta. Ciò significa ribadire il nostro richiamo all’urgenza educativa perché i giovani comprendano l’importanza di fare propri dei valori che permangono come patrimonio di cultura e di identità personale. Non potremo mai abituarci alla bellezza che la vita comporta dal suo primo istante in cui fa sentire di essere presente nel grembo di una madre fino al momento estremo in cui dovrà lasciare questo mondo.
Per questo motivo dinnanzi alla superficialità che spesso incombe permane immutato l’impegno per la formazione, così da cogliere giorno dopo giorno l’impegno per vivere la sessualità, l’affettività e l’amore con gioia e non con preoccupazione, ansia e angoscia.

Scrive il Foglio, riferendo di una interpellanza del sen. Cossiga:

“le donne ingoieranno due pillole (una per abortire, l’altra per espellere il feto) e poi, dopo al massimo due giorni, torneranno a casa senza sapere quando né dove avverrà realmente l’aborto. In più la legge parla di nuove tecniche “meno rischiose”, mentre la mortalità per aborto chimico è dieci volte quella per metodo chirurgico. […] Ma perché, per esempio, non si può ammazzare una persona? E se è proibito che un parlamentare tiri in ballo la morale, perché non stabilire per legge la depenalizzazione dell’infanticidio davanti a un ‘disagio psichico’, come nel caso dell’aborto?”.

Chi volesse conoscere meglio l’argomento può “linkare” i siti inseriti alla fine dell’intervista a Cossiga, scoprendo anche qualche aspetto più personale dell’inventore del metodo.

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