Alcuni giorni fa un magistrato spagnolo ha stabilito di far rimuovere tutti i crocifissi dalle aule di una scuola pubblica di Valladolid, in nome della libertà religiosa e di culto e della laicità dello Stato.
Controversia antica e ricorrente, anche in Italia. Nel 1988, sull’edizione del 22 marzo del quotidiano comunista l’Unità, apparve un articolo intitolato: “Non togliete quel crocifisso” in cui appassionatamente si difendeva quella presenza:
“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace.
E’ l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo ‘prima di Cristo’ e ‘dopo Cristo’. O vogliamo smettere di dire così?
Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo.
Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine.
E’ vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti?
Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.
Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero.
Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto ‘ama il prossimo come te stesso’.
Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.”
Quell’articolo aveva un autore, o meglio, un’autrice che rispondeva al nome di Natalia Levi, più nota come Natalia Ginzburg, dal cognome del primo marito, Leone, morto nel 1944 a 35 anni a Regina Coeli dopo le torture subite come antifascista. Famiglia israelita, ideologia comunista, senza “contrasto d’interessi” come si direbbe di questi tempi. Morì tre anni e mezzo dopo aver scritto quelle parole, che qualcosa avranno contato sulla bilancia del Giudice.


flo
3 years ago
bellissimo !
mi commuovo a veder scritto cosi’ bene quello che anche io provo e che non sarei mai riuscita a spiegare a nessuno, neanche a mia sorella…cje ‘ come tutti i giovanissimi frutti delle nostre scuole difende la laicita’ della istituzione come se il simbolo della nostra cultura e del nostro essere liberi (paradossalmente anche di rinnegarlo) potesse minare la laicita’