Illumina, custodisci, reggi, governa me

Pubblicato il 26 gennaio, 2009 alle 12:03 pm da


Nella guerra per la conquista della Regione sarda s’è messo mano all’artiglieria pesante, senza trascurare la lotta corpo a corpo, quella che mira al personale. Siamo arrivati alle querele. Soru, sotto assedio e schierato a difesa del suo quinquennio, con nemici esterni e alleati malfidi e meditanti vendetta, deve accreditare e difendere l’immagine di imprenditore prestato alla politica, superiore alle miserie umane e disinteressato salvatore della piccola patria isolana. Col prestigio appannato dai crolli di Borsa e i licenziamenti in arrivo, egli si rivolge all’orgoglio ancestrale dei sardi e fa appello alla loro diversità, croce e delizia di tutti i dis-integrati, in un’esaltazione di autosufficienza contraddetta dalla perentorietà delle rivendicazioni contro Roma-ladrona. Gli avversari ovviamente lo mettono in croce sbertucciando i suoi affari e tentando di farlo scendere dalla nicchia dove egli si è parcheggiato, circonfuso d’autoritarismo ma con l’alone della santità. Per il popolo della sinistra, lacero e contuso, da sempre in attesa messianica (“Ha da venì Baffone… “) è come la pietra filosofale per gli alchimisti, oltre Veltroni.

Il risultato elettorale in Sardegna condizionerà anche il destino del PD e della politica nazionale. Ecco perchè Il Giornale, voce del padrone di Arcore quanto l’Unità è voce del padrone di Sanluri (o quanto La Nuova fa da eco fedele, per via del nuovo presidente del CdA De Benedetti) gli dedica spesso la sua attenzione, entrando nella ragnatela dei suoi interessi, legittimi sino a prova contraria, ma per così dire “ingombranti” per chi vuole apparire incorporeo come un angelo. Già il fatto di essersi (auto) ricandidato, e a seguito di lotta fratricida, per un secondo mandato, dopo aver spergiurato la disponibilità ad essere in campo per una sola volta, con ritiro programmato stile Cincinnato, dimostra che l’attaccamento al potere è molto tenace, impedendo il distacco del velluto dei calzoni da quello della poltrona. Qualche incoerenza comportamentale serve a delineare meglio i contorni del personaggio, che si è “fatto da sè” ma che poteva riuscire meglio, dicono i maligni.

Tutto questo senza entrare nel merito della vicenda politica e amministrativa regionale –la cosa che oggettivamente dovrebbe essere più importante- delle cose fatte, disfatte, malfatte e non fatte.

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