Si potrebbe andare tutti allo zoo comunale….

Pubblicato il 19 novembre, 2007 alle 11:12 am da Rinoceronte


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Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo? Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.

Quello che precede è l’inizio del DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE, scritto da Giacomo Leopardi nel 1824.
Se sostituiamo nel dialogo i due interlocutori con un Mario Rossi ed un Giovanni Bianchi qualunque, potremmo datarlo sul finire di novembre del 2007, terminologia aulica a parte.

Questa è la nostra -di noi italiani- tragedia: passano gli anni, i secoli addirittura, e nulla cambia. Certo è nella natura delle cose, l’eterna aspettativa di tempi migliori, ma oggettivamente abbiamo tutti i motivi per non rimpiangere il passato e commiserare il presente. Dobbiamo di necessità rifugiarci nel futuro, anche se con grandi dubbi e molti timori.
Consideriamo le cose dal punto di vista di un cittadino medio, un borghese piccolo-piccolo, che con i suoi simili fa la stragrande maggioranza del nostro popolo.

Ha motivi per compiacersi ed essere sereno? Vede per sé e per i propri figli un domani passabile?

Non voglio parlare di salute, fortuna, destino o immortalità dell’anima, cose troppo grosse e personali, governate da Entità ineffabili con le quali anche Aristotele, San Tommaso ed Einstein hanno avuto difficoltà ad interloquire.

No, parlo di cose che normalmente dovrebbero essere ad altezza d’uomo (o di donna, per pari opportunità), di quella quotidianità che occupa il 99 % della nostra vita e che è condizionata e dipendente dalla gestione della cosa pubblica. Sulla quale, teoricamente, abbiamo competenza e potere decisionale, ma che praticamente non è in nostro dominio: il popolo sovrano regna ma non governa, se non per interposta persona. E qui sta il problema.

Quando l’Italia era (?) solo un’espressione geografica, Garibaldi, acclamato e portato in trionfo dalla folla inebriata dopo un dei suoi successi in battaglia, nauseato, esortò: Italiani, siate seri!
Non era certo un intellettuale e forse fu solo un’intuizione estemporanea, ma aveva centrato il problema.

Quante cose sono seguite, tragiche ma non serie. E sempre, o quasi sempre, per la deficienza della politica, chiunque abbia avuto pro tempore il bastone del comando.

Scadiamo nel Qualunquismo? Tra tutti gli –ismi che popolano la politica non è il peggiore.
Ma lasciamo l’acqua passata e andiamo in diretta: abbiamo un governo pessimo e una opposizione terrificante.

Le opposte tifoserie, sotto sotto, concordano, ma possono solo rumoreggiare: qualche brontolio pre-eruttivo s’è sentito. Al vertice non tutti si rendono conto di quanto pessimismo circoli, di quanta voglia ci sia di scuotere l’albero. Forse però il vulcano si sta svegliando, la politica s’è rimessa a correre.

Nel Centro-sinistra, accoppiando i due più vecchi partiti, hanno fatto nascere il Partito Democratico che comunque e sicuramente non è una riedizione aggiornata e corretta dell’ammucchiata prodiana. Ha emesso solo qualche vagito e non sappiamo quale sarà il suo destino. Certo è che Veltroni non può seguire Prodi sulla pista ciclabile, ha necessità di gareggiare e non può continuare a fare il gregario. Sarà lui a far fuori il bradipo, e farci andare a nuove elezioni, unico sistema per farsi riconoscere e consacrare il leader della gamba sinistra del nostro bipede sistema politico. L’intenzione forse è di liberarsi della palla al piede dell’estrema sinistra, che rallenta, si fa per dire, lo strisciare di Prodi. In compenso pescherebbe voti al centro. Indispensabile prima però modificare la legge elettorale, vero mostro della precedente maggioranza, che costringe a metter insieme in coalizione posizioni inconciliabili. Solo un sistema che premi i partiti maggiori -non le coalizioni- concederebbe qualche possibilità ai veltroniani.

Occorre tempo (e solo per questo Prodi mostra d’esser d’accordo) ma non troppo, perchè il referendum incombe.

Anche sull’altra sponda del Centro-destra sta terminando il gioco delle parti, con situazioni più complicate perché intrecciate a vicende personali e illusioni persistenti. I più malmessi, considerati gli sviluppi delle ultime ore, sono Fini e il suo Stato Minore, fatto di attendenti camuffati da colonnelli. “Andiamo da soli” hanno gridato, incamminandosi spavaldi su un viottolo che finisce nelle sabbie mobili, spinti dall’ira funesta dell’egocentrico capo, offeso per quanto è stato scaricato addosso alla sua nuova fiamma [pardon…].

Si sono scontrati con il contrattacco di Berlusconi, ancora più egocentrico, che li ha presi di parola, ipotizzando, avendone i mezzi e i consensi, un nuovo soggetto politico, esatto dirimpettaio del PD e predestinato a fare la gamba destra, libero anch’esso da alleati molesti. Con l’intenzione anzi di risucchiarne i simpatizzanti.

Nessuno confidi su sostenitori votati alla morte o per l’eternità. Nel “deprecato ventennio” erano in voga tante orecchiabili marcette, una delle quali diceva: “Duce, duce, chi non saprà morir…”. Tutti, è la risposta esatta.

Dopo il 25 luglio 1943, persino dopo l’arresto miserabile, col regime e le sue coorti intatte, nessuno si mosse. Fini, seppur con la sua corta memoria, dovrebbe saperlo.

I malumori covavano da tempo, ora sono venuti alla luce, con pagelle rifiutate e rimpallo di colpe, parole, opere ed omissioni. Assisi non è stato luogo di pace.
L’ammucchiata prodiana, nel suo letto di morte, gongola. Il viatico però è in arrivo e solo un ingorgo per questioni di precedenza lo fa rallentare.
Gli altri, tutti, in tale scenario, sono comprimari che il gioco lo subiscono.
Sempre che si inizi a giocare. Abbiamo estrema necessità di proposte concrete, progetti nuovi, riforme fattibili per impedire che su tutti noi scenda il rigor mortis di un paese in declino irreversibile. Nel vuoto della politica ai problemi “normali” si sommano quelli nuovi d’importazione, figli della globalizzazione, che non possiamo affrontare col consueto italico menefreghismo del “tutto s’aggiusta”. L’insicurezza individuale e sociale fa perdere la testa e non avendo a disposizione un Sarkozy….

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