Accò che no…

Pubblicato il 20 agosto, 2009 alle 6:54 pm da Chirone


Accò che no…

Anche sotto la caldana ferragostana i quotidiani ho continuato a comprarli, alcuni per necessità (i necrologi e la cronaca locale) altri per abitudine “ideologica”, ma devo confessare che molti sono stati i dubbi sulla bontà dell’acquisto, avendone tratto l’utilità maggiore nell’usarli come scacciamosche.

Qualche notizia interessante è anche affiorata, ma il clima vacanziero allenta le capacità reattive: lo scoprire che ci sono migliaia di italiani con miliardi di euro all’estero, occultati in quelli che si chiamavano “paradisi fiscali” e che si rivelano ora invece “purgatori all’incontrario” perché dopo espiata la pena conducono all’”inferno fiscale”, può essere commentato con invidia e compiacimento (per il lavoro investigativo di chi riesce a stanarli ma anche per la ricchezza, seppure occultata, di tanti compatrioti), con sarcasmo (per il nome degli “intoccabili” coinvolti e per come, esponendo i panni sporchi di famiglia, si son fatti scoprire), con ipocrita, demagogica e scandalizzata indignazione (considerato che tutti vorremmo essere al loro posto e in questi giorni ardentemente cerchiamo d’imitarli col superenalotto). Ma per commentare occorrerebbe un po’ di fresco…

Il palcoscenico politico invece è stato occupato dal vaudeville estivo portato in scena dalla Lega, con fantasmagoriche trovate giornaliere, dall’inno nazionale alle gabbie salariali, dai presidi indigeni agli stendardi regionali, dall’imposizione dei dialetti ai festeggiamenti per l’unità d’Italia. Occorre riconoscere la fantasia e la facciatosta dei “padani” che brillano e hanno buon gioco nel confronto con gli “oscuri oggetti del desiderio” che vorrebbero essere i grandi partiti PdL e PD, arroccati su rendite di posizione e incapaci di proporre qualcosa, qualunque cosa.

Ci sarebbe materiale per scrivere a lungo, ma ciò che mi ha colpito è il silenzio della variegata sinistra di Sardegna per quel che riguarda la lingua nazionale e quelle locali. Forse avrebbero voluto condannare aspramente, condendola di “inaudita”, “provocatoria”, “incostituzionale” la proposta leghista, ma li frena il fatto che anche in Sardegna una minoranza rumorosa spinge e si agita per imporre l’uso di uno dei dialetti isolani come “lingua”, avendo anche ottenuto una legislazione favorevole a livello nazionale e regionale, come immancabile premessa di uno strisciante separatismo.

Mentre come operazione culturale non possono elevarsi obiezioni (ognuno è libero di dedicare il proprio tempo e i propri studi a ciò che preferisce, dai geroglifici alla ricerca degli UFO) molte ce ne sarebbero sui rischi di sfaldamento della già lesionata unità nazionale e ancor più sull’uso pratico,  in un contesto globalizzato, di una “lingua” minoritaria, poverissima di lemmi se non quelli legati alla vita pratica di una tradizione contadina, fondamentalmente priva di una letteratura “nobile”, impossibile da utilizzare per esprimere concetti immateriali o tecnologici.

“…senza la cornice della lingua nazionale il dialetto diventa un fatto folclorico, da osteria, da barzelletta paesana. […]
Non è un avanzamento, è un regresso. Lo è rispetto alla più autentica tradizione italiana, che ha avuto la ricchezza di più lingue letterarie che spesso hanno attinto alle fonti del dialetto. Tutto ciò è avvenuto in un quadro che si sostiene reciprocamente in tutte le sue parti. Pensare invece che il solo parlare in dialetto costituisca un fatto identitario in Italia è un fenomeno di crassa ignoranza, di volgare abbrutimento”

sostiene Asor Rosa.

Diatriba ormai stantia, archiviata, subita con rassegnazione, con la magra consolazione di una vittoria sul campo, nella messa in pratica, in sfregio alle disposizioni strategiche ed alle risorse impegnate.

Inutile appellarsi alla evoluzione naturale delle cose, lessico compreso: ogni obiezione viene respinta con un anatema dai cultori della “limba”, quasi sempre in qualche modo interessati per le ricadute culturali o materiali o persino politiche che ne derivano.

Sono le radici della nostra identità e della nostra cultura, l’obiezione più ragionevole. Inutilmente si farà presente che anche i carri a buoi e l’abbigliamento tipico in costume lo sono ma che nessuno li usa ormai più nella quotidianità. Ci si scontrerà con la coorte di salariati degli “Uffici de sa Limba” e gli aspiranti insegnanti ed intellettuali-glottologi prigionieri nel loro poetico localismo.

Ma sarà l’ineludibile necessità di un ceck-in aeroportuale a riportarli coi piedi per terra, anche se in procinto di volare…

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