
Molti, noi compresi, s’interrogano su quali saranno gli esiti del grande “litigio in corso” all’interno di quella ch’era la Casa delle Libertà e di quali siano i motivi di fondo reali, viscerali, che uniscono e/o dividono le sue componenti. Senza invocare il contingente e fuorviante “cherchez la femme”.Mentre a sinistra i dissidi sono più profondi ma anche più chiari, perché più delineate le caratteristiche politiche e culturali dei raggruppamenti, a destra le cose sono più sfumate, perché abbiamo di fronte partiti relativamente giovani (UDC- Lega-AN) o addirittura neonati (PDL), con una base sociale omogenea ma distanti sul piano ideologico-spirituale. Siccome nello scenario politico italiano il Centro-Destra ha un ruolo fondamentale, il dibattito procede e riteniamo di contribuire allegando un articolo “tranchant” di Stenio Solinas, apparso il 21.11.07 su “Il GIORNALE” ed una replica apparsa il 27.11.07 sullo stesso quotidiano a firma Giordano Bruno Guerri incentrati su AN, la sua storia e il suo, se ne avrà, futuro.
Sarà anche falsa, e quindi non vera, di certo però è verosimile. «Dalle fogne li ho fatti uscire e nelle fogne li faccio tornare». Testo e musica di Silvio Berlusconi. Per chi sta in via della Scrofa e dintorni, tutto il resto è noia e questo è quel che resta di una lunga marcia verso il nulla.
Erano partiti che erano ancora brutti, sporchi e cattivi, la più «impresentabile» fra le forze politiche della cosiddetta Prima Repubblica, quella per la quale era stato addirittura inventato un arco costituzionale ad escludendum: i reprobi, i reietti, i ghettizzati, i neofascisti. Si ritrovarono nel ciclone di Tangentopoli senza più i capi storici d’un tempo, un segretario giovane, una schiera di rampanti colonnelli che per gran parte in Parlamento non c’era mai stata, precari della vita e professionisti di una politica di minoranza, abituati a discettare sui destini del mondo, perché tanto il mondo non li stava a sentire, e però mai che gli fosse toccato in sorte non dico un ministero, ma una grande città, un’azienda municipalizzata, un ente. Non contavano nulla, non sapevano nulla. Non era colpa loro, si dirà, ma è altrettanto certo che avevano le loro colpe.
Svegliandosi un bel mattino, si accorsero che quelli della Prima Repubblica si erano dileguati come ladri nella notte, era tutto un fiorir di rovine, era tutto un tintinnar di manette. Non avendo mai avuto potere, gli era stata comunque risparmiata la tentazione di approfittarsene e di lucrare in proprio, ma va anche detto che c’era un’onestà di fondo che li cementava: a scegliere di stare con i vinti e non con i vincitori di solito sono gli idealisti, gli inadatti e gli stupidi. E questo erano, più o meno in parti eguali, più o meno mischiati, più o meno collegati a uno solo di quei termini. I nomi metteteceli voi, ma vedrete che il conto torna.
Rimasero insomma in piedi fra le macerie (altrui), uno slogan che a loro piaceva e poiché l’accusa che in quella stagione feriva mortalmente era quella di ladro, e non più quella di fascista, la potevano gridare allegramente e a ragion veduta, perché nessuno poteva più tenerli chiusi nel ghetto degli appestati. Erano saltati i catenacci, non teneva più il politicamente corretto delle ideologie.In quel clima e con quei chiari di luna lividi di regolamenti di conti, ci fu chi, come il principe delle fiabe, ebbe il coraggio di baciare il rospo che ancora non sapeva bene se, come e quando ce l’avrebbe fatta a trasformarsi in essere umano, politicamente parlando.![]()
Disse il principe-Cavaliere che, avesse votato a Roma per le elezioni di sindaco, avrebbe votato per Gianfranco Fini, il rospo-segretario di un Movimento sociale che di Fiuggi conosceva solo l’acqua minerale targata Ciarrapico. È così che cominciò la lunga marcia verso il nulla. Bisogna capirli e in fondo comprenderli. Se non sei mai stato al banchetto del potere, non hai uso di mondo e la prima cosa che fai è mettere i piedi sul tavolo e circondare il piatto per paura che te lo portino via. Sempre politicamente parlando, questo significa che eccedi in presenzialismo, dici la tua su tutto, straparli, smentisci e poi ricominci. C’era chi esternava, c’era chi epurava, c’era chi ballava. Non uno che studiasse, non uno che s’interrogasse. Si erano subito convinti che la Prima Repubblica fosse caduta per merito loro. Non ne beneficiavano per quello che, applicato al calcio di Arrigo Sacchi, era stato chiamato il fattore c, ovvero il fattore culo, no: era il frutto di una sapiente strategia, il risultato di una serie di tattiche rivelatesi vincenti. Su quali fossero, si sorvolava. L’ultima analisi politica di cui potessero fregiarsi parlava del «Fascismo del 2000». E abbiamo detto tutto.
Di questa eterogenea combriccola, Gianfranco Fini era il migliore, e questo aiuta a capire cosa fossero gli altri. Ne conosceva i protagonisti come le sue tasche, era in grado di valutarne appetiti e fedeltà, scatti di orgoglio e conformismi. Non capendo nulla di sistemi politici aveva inizialmente schierato il suo partito per il proporzionale, e infatti fu il maggioritario che nel vincere e nell’inserirlo di forza nel sistema di alleanze del centrodestra fece la sua salvezza.
È a questo punto che nella lunga marcia venne accelerato il passo. In una logica bipolare, bisognava tenersi stretti al grande Demiurgo che l’aveva resa possibile. Occorreva perciò rifondare il partito, liberarlo da ogni scoria e da ogni impurità, evitare che gli potesse essere rinfacciato il passato, che qualcuno potesse rimetterlo ancora una volta nel ghetto. Andava insomma tolta quella camicia nera che era stata in fondo la sua unica ragion d’essere. E pazienza se il sarto non ne aveva una nuova, e di un altro colore, pronta per la bisogna. Le avrebbero provate strada facendo, una con i disegni della coccinella, un’altra con l’emblema dell’elefantino, una di foggia liberale, un’altra di taglio liberista, una con le iniziali della Destra sociale, un’altra con quelle del Partito popolare… Tranne la nera, ossessivamente andava bene tutto. Anche nudi, ma alla meta (del potere).
Più o meno recalcitrante, più o meno osannante, la classe dirigente di quella che ora si chiamava Destra nazionale seguiva, come l’intendenza di Napoleone. Partito cesaristico, l’idea che il segretario-presidente potesse avere torto non era contemplata. Ci fu «l’incidente della Caffettiera», quando alcuni colonnelli dissero che forse era uscito di testa. Lui li degradò sul campo e loro rientrarono nei ranghi. Comunque, i cinque anni al governo furono magici. Ministri e sottosegretari valevano uno schierarsi sulla linea, spesso un vero e proprio sdraiarsi a tappetino sulla porta del principale-alleato. In fondo, era l’assunto, il Cavaliere è anziano e Fini è il suo delfino. Ne prenderà il posto, e noi con lui.
Quando arrivò la sconfitta apparve sempre più chiaro che qualcosa non quadrava. Il sistema bipolare premiava gli alleati di governo, ma lo stare all’opposizione ne faceva crescere l’insofferenza. Perché il Grande Demiurgo non si decideva ad andarsene ai giardinetti lasciando il posto ai veri professionisti della politica?
Il nuovo partito di Storace avrebbe dovuto far aprire gli occhi. Ma Storace venne subito derubricato da «ex ministro» a «ex autista di Michele Marchio», perché nel gioco della diffamazione interna quelli di Alleanza nazionale non avevano dimenticato nulla del loro essere stati missini.
Dove poteva arrivare un partitino così, nella logica bipolare, nell’idea del partito unico, nell’approdo ai Popolari europei? Era solo un incidente di percorso. E infatti… Tredici anni dopo, Alleanza nazionale è un partito senza identità che nella corsa affannosa del suo presidente verso il centro e verso una successione all’insegna del centrismo moderato se lo ritrova ora occupato più di prima e in più con il suo fianco destro questa volta presidiato da altri. La nuova legge elettorale vedrà i grandi partiti scegliersi gli eventuali alleati di governo non prima delle elezioni, ma dopo. Il cerchio si chiude e c’è sempre una nemesi politica e anche una lezione. Chi con Berlusconi guarisce, di Berlusconi perisce. -STENIO SOLINAS -il Giornale-
Dove va An? Io proprio non lo so, ammesso che qualcuno lo sappia, anche al suo interno. So però dove non può andare, per non perdere ogni identità. Non può andare verso il centro degli ex Dc, dove diventerebbe una corrente – più o meno vasta – della destra democristiana. Non può rincorrere i gruppi, vecchi e nuovi, che si sono formati alla sua destra, dove si troverebbe in una impensabile posizione pre-Fiuggi. Potrebbe, certo, confluire nel Partito (o Popolo) della Libertà, ma è un’ipotesi scartata a priori dal suo gruppo dirigente o – almeno – da Gianfranco Fini. Il problema di An è dunque, prima di tutto, darsi un’identità che la distingua dal polpettone degli ex dc, dalla destra massimalista e dal nuovo partito di Silvio Berlusconi.
Non condivido il pessimismo totale manifestato da Stenio Solinas su queste pagine. An ha espresso uomini che si sono dimostrati capaci di governare e di cambiare. E la fondazione Fare Futuro sembra la prova della volontà di guardare in avanti, piuttosto che indietro. Già nel luglio del 2006 Fini dette alcune indicazioni sulla svolta da dare al suo partito, il quale:
- dovevatrovare un suo punto di convergenza «tra cultura nazionale cattolica e socialismo riformista»;
- doveva essere capace di «rappresentare un’area vasta e plurale di culture e sensibilità diverse»;
- doveva pensare «al cittadino come persona, non solo come consumatore o lavoratore»;
- infatti, aggiunse, c’è nella destra «un’identità più profonda e quindi un senso etico della vita, spirituale o anche religioso».
Tutte belle cose, certo, ma che non hanno avuto ancora modo di concretizzarsi, speriamo solo a causa delle contingenze politiche. E che, comunque, non identificano in modo abbastanza netto un partito che non può, pena una crisi fatale, scendere sotto la soglia del 10 per cento.
Semplificando, mi sembra siano due le aree politiche e culturali ancora sgombre che An potrebbe occupare. Una è quella della destra libertaria americana, per la quale mi batto – inascoltatissimo – da anni. Se sono inascoltato un motivo c’è, e evidentemente ho torto: l’elettorato di An e la sua classe dirigente non sono né pronti né intenzionati a compiere il gran salto che li porterebbe dalla destra più antica, quella postfascista, a quella libertaria. Per la crescita di questa destra nuova bisognerà far crescere, come una pianta di serra, i Radicali Liberali di Benedetto Della Vedova, sperando che ricevano altra linfa dal ritrovato Daniele Capezzone e dai pannelliani che dovessero seguire il suo esempio.
Allora rimane soltanto lo spazio per un partito modernamente conservatore. Attentissimo, cioè, a delineare i confini fra un conservatorismo aperto ai cambiamenti della società e quello perdente e dannoso di chi pensa che solo il vecchio è buono. Un sano conservatorismo sarebbe, per esempio, difendere l’identità italiana dall’omologazione europea: uno spazio di manovra ancora vergine nella nostra politica. GIORDANO BRUNO GUERRI – il Giornale-
LA GUERRA CONTINUA,
come disse quel f.d.p. di
Badoglio.


doc
4 years ago
Certo è che la mossa a sorpresa di Berlusconi ha spiazzato un pò tutti, creando uno scompiglio nelle fila di un Centro Destra che sembrava stesse ritrovando una certa coesione.
Comunque io non sarei cosi’ pessimista sulle sorti di Alleanza Nazionale, probabilmente forse stimo Fini più di tanti, anche se è innegabile che qualche errore l’abbia commesso, nessuno è perfetto !!!
Mi basta ricordare solo una cosa, la famosa svolta di Fiuggi, secondo me un gesto di grande acume politico, fatto in un momento storico importante, che dalle fogne ci ha portato al governo.
Certe scelte , a volte, sono dettate da condizioni che cambiano, o fatte per cambiare certe condizioni e poi, per quanto riguarda il passato governo, ricordiamoci che AN era uno sgabello, non il pilone portante, ed in politica i numeri contano.
Per concludere sono del parere che Fini attualmente dovrebbe fare delle scelte nette, che caratterizzino, ritrovare un’identità che non è sparita, è solo un pò velata, ritrovare l’orgoglio di una destra moderna, attenta al sociale, alla famiglia, all’ordine pubblico, alla meritocrazia, ed il tutto senza sconti a nessuno. La nostra collocazione la dobbiamo trovare NOI, non la deciderà certo Berlusconi, e sono convinto che queste scelte, nel tempo, si ritorceranno contro di lui.
ozierese
4 years ago
Seguo con attenzione e senza condizionamenti tutto ciò che è informazione sia su carta stampata che televisiva e rilevo con molto stupore che ultimamente, ma forse lo sapevo già, è più comodo riempire pagine e pagine di consigli su ciò che devono fare i partiti di opposizione, che andare a mettere alla berlina e ridicolizzare le sciaguratezze di un “governo” che copre le malefatte dei black block, non riesce a gestire la delinquenza, dà, per mano di un sindaco di centrosinistra, la cittadinanza onoraria a silvia baraldini, ha come esponente quel caruso di cui tutti sappiamo, garantendo a centri sociali abusivi e socialmente pericolosi di continuare a vivere nell illegalità o addirittura dedica un’aula del senato a quell’esimio benefattore che fù per l’Italia, carlo giuliani, con tanto di madre onorevole.