… e se non piangi, di che pianger suoli?

Pubblicato il 7 febbraio, 2009 alle 7:35 pm da


… e se non piangi, di che pianger suoli?

I piccoli fatti quotidiani, insignificanti nella loro specifica singolarità, fanno la storia quando si concatenano insieme, coinvolgendoci tutti, anche in modo drammatico, seppure è difficile mettere a fuoco l’essenziale nel guazzabuglio sconfinato degli avvenimenti, con milioni di soggetti in frenetico movimento, ognuno al seguito del proprio destino. Da mesi si dibatte del “caso Eluana” con dispute feroci troppo contaminate dal preconcetto dello schieramento politico, ideologico o filosofico.

Ora, tragicamente, siamo vicini alla fine e questa conclusione l’hanno decisa e la stanno attuando degli esseri umani che sempre più frequentemente s’arrogano il diritto di vita e di morte su loro consimili, quasi sempre i più innocui ed indifesi, dagli embrioni ai soggetti in qualche modo menomati. Quasi sempre gli adoratori della dea ragione sono gli stessi pronti a difendere Caino e i suoi complici da qualunque meritata punizione, avendo acquisito anche il potere di grazia e di giudizio sui vivi e sui morti.

Eluana è in coma da 17 anni, viva ma in assenza di coscienza. Nessun medico può dimostrare scientificamente con certezza la irreversibilità di questo stato, nè può escludere un ritorno di coscienza, anche se scarsamente probabile.
In tutti questi anni ha ricevuto un’assistenza ordinaria, senza “accanimento terapeutico” cioè senza cure eccezionali, straordinarie, macchinose finalizzate a prolungare artificialmente la sua vita (quelle che invece hanno ricevuto a suo tempo Stalin, Tito, Mao e Franco per guadagnare qualche giorno e dare il tempo di sistemare le cose) e che sarebbe stato ammissibile interrompere.

In definitiva Eluana potrebbe continuare a vivere semplicemente come ha fatto finora, con quell’assistenza minima che oggi (perché oggi e non domani, dopodomani?) s’è deciso debba essere interrotta in forza di un decreto della Corte d’Appello di Milano. Tutto nella stretta osservanza delle procedure legali, debitamente rispettate, come lo erano anche quelle che tutelavano la “razza” e avviavano qualche “diverso” in carro bestiame piombato ad un breve soggiorno all’estero. Le stesse procedure minuziosamente osservate quando si tenta di accelerare l’incontro di un qualunque Caino con la sua vittima o almeno col suo creatore e che tanti strepiti suscitano per l’inumanità della cosa.

Ogni coscienza, nei più o meno grandi intervalli che la quotidianità concede per sollevare gli occhi al cielo, dovrebbe interrogarsi e dare una risposta a se stessa, al di là delle convenienze sociali e della appartenenze.

Proprio per questi motivi, di sconvenienza politica, di impopolarità manifesta, di trascuranza dei sondaggi ci meraviglia e rincuora il coraggio di Berlusconi che avrebbe potuto pilatescamente ignorare il problema, lasciar fare, dormire e sognare di non esserci.

Il politico miliardario e donnaiolo, vanesio e superficiale, gaffeur e barzellettiere, calcolatore e cinico ha preso invece una decisione difficile ed impopolare per tentare di difendere (quasi contro tutti e certo contro molti) la vita di una sola persona, in nome di un principio morale che gli porterà solo impedimenti e guai.

“Non voglio sentirmi io responsabile di omissione di soccorso. Io non voglio la responsabilità della morte di Eluana, una persona viva e che può fare figli. […] ci sono i requisiti di necessità e urgenza.[…] Se il presidente della Repubblica, caricandosi di questa responsabilità nei confonti di una vita non firmasse il decreto varato oggi noi inviteremmo immediatamente il parlamento a riunirsi ad horas e approvare in pochissimo tempo, due o tre giorni, una legge che anticipasse quella legge che è già nell’iter legislativo, e cioè quella che contiene questa norma”.

Non è che non sapesse a cosa andava incontro, con il parere contrario al decreto-legge anticipatogli con il messaggio riservato del Capo dello Stato.

“Con questa lettera si introduceva una innovazione: il capo dello Stato in corso d’opera del Consiglio dei Ministri, può intervenire anticipando la decisione sulla necessità e urgenza di un provvedimento, e per questo abbiamo deciso all’unanimità di affermare con forza che il giudizio sulla necessità e l’urgenza è assegnato alla responsabilità del governo. […] se non ci fosse la possibilità di ricorrere ai decreti tornerei dal popolo a chiedere il cambiamento della Costituzione e del governo”.

Non ci meraviglia più invece la remora espressa da Fini, incapace ormai di difendere i principi che costituivano l’attivo di un’eredità pur sottoposta ad inventario, ormai dilapidata e vista solo come un mezzo per proseguire l’ascesa. In consonanza con Veltroni che tutto rapporta ai limiti della sua visione manovriera e politica della vita. E della morte.

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