Sta per arrivare il momento del verdetto per la grande giuria elettorale di cui tutti siamo componenenti. Il voto riguarda propriamente l’elezione dei parlamentari europei, ma ormai ognuno si rende conto che in realtà non si tratta più di questa “trascurabile” formalità (non se la prendano gli europeisti “perinde ac cadaver”, ma il parlamento europeo, questo tipo di parlamento, conta come il due a briscola, tranne che per i fortunati eletti, per i quali è un superenalotto) ma del governo d’Italia, d’un giudizio diventato improvvisamente di fondamentale importanza e non certo a causa degli elettori.
Lo stato di grazia di Berlusconi è durato sino al 25 aprile, col suo colpo di scena che prese in contropiede Franceschini e la sua sfida a partecipare alle celebrazioni. Il Berlusca fu presente, ma non si accontentò e fu presente anche il giorno seguente, ma a Casoria con Letizia, mettendo da parte il buonsenso ed infilandosi in un tunnel pieno di trabocchetti dal quale rischia di non uscire indenne.
Siccome le disgrazie sono come le ciliegie ed una tira l’altra, è arrivata la sentenza Mills e la diffida di Veronica, con tutta la cascata di insinuazioni e allusioni a sfondo pecoreccio che sono insidiosissime per un anziano signore che il dente del giudizio dovrebbe non solo averlo emesso ma anche estratto, e da tempo.
La pericolosità è causata non dal fatto che le accuse siano vere ma che siano verosimili e per quanto gli italiani siano grandi conoscitori di prodotti taroccati, producendoli ed acquistandoli, la difesa del complotto funziona ma solo in parte.
In questa partita dal ricco piatto il Berlusca ha avversari decisi a tutto, costretti a rifarsi delle perdite passate, maestri del bluff. La sua fortuna è che la loro credibilità è bassa e, conoscendoli, nessuno crede che abbiano in mano una scala reale, anche se certe partite si vincono con una doppia coppia, magari di donne.
I difensori del Berlusca non mancano e fanno il possibile per arginare e spiegare, spingendosi anche all’estero, dove gli attacchi si moltiplicano in maniera offensiva, come sempre quando i buoi danno del cornuto all’asino.
Giuliano Ferrara su Die Welt fa del suo meglio:
[...] Da quindici anni, invece, l’Italia è politicamente e letterariamente dominata da questo imperatore dell’immaginazione e della politica. […] ha costruito negli anni Settanta e Ottanta una grande fortuna e, quando ha visto il pericolo di perderla per mano di giudici moralisti e politici di sinistra, ha deciso di entrare in politica e di prendere il potere. Così la metà degli ultimi quindici anni Berlusconi è stato il capo del governo, l’altra metà il capo dell’opposizione; […] è stato combattuto con mezzi feroci, ha risposto con furia animalesca, ma alla fine è risultato il dominatore della politica e dell’antipolitica, e soprattutto l’uomo di stato di gran lunga più amato dagli italiani da molto tempo a questa parte. Il mestiere della politica Berlusconi lo ha imparato presto. Sbaglia molto, ma le sue gaffe, gli eccessi, gli atteggiamenti ludici che irritano o impressionano i suoi pari nel mondo si combinano con un carattere tenace, con un intuito fulmineo, con la capacità di tenere la scena e perseguire con notevole successo fini politici e di potere […] In un suo grano di follia è consistito fino ad ora il segreto del consenso da lui conquistato. Molti milioni di italiani, la maggioranza, amano il suo tratto populista, la sua vicinanza ai loro difetti, verso i quali nessuno al mondo sa essere indulgente come i miei compatrioti. E gli si sono affezionati anche perché sono sideralmente distanti dai suoi nemici. Berlusconi è infatti duramente combattuto dai magistrati, che hanno l’apparenza fredda di una casta e si sono negli anni politicizzati fino alla tendenziosità, perdendo autorevolezza; dai politici professionali del vecchio regime a dominanza democristiana e comunista, una classe dirigente non rimpianta; dal club dei potenti della finanza, l’establishment che lo ha sempre considerato un pericoloso outsider.
L’ultima storia che riguarda Berlusconi è surreale, decisamente al di là del bene e del male. Un grande giornale di sinistra, la Repubblica, ha scoperto e ha lanciato come se fosse un segreto la storia, pubblica e ben documentata da una raffica di fotografie, della partecipazione del presidente del Consiglio alla festa di compleanno, il diciottesimo, di una ragazza napoletana […] Familiarità, patronage, ma niente flirt con una minorenne: su questo nessuno ha rivolto accuse dirette al premier, perché i cronisti di Repubblica si sono limitati a insinuazioni e domande allusive. E Berlusconi, dopo essersi impigliato in una rete di imprecisioni, inesattezze e mezze bugie che sono la sua arma tipica contro gli atteggiamenti aggressivi e inquisitori della stampa, ha negato con sicurezza di essere il fidanzato segreto della adolescente. […]
la moglie del presidente del Consiglio, che ha le sue idee e una visione del mondo sobria e riservata, ha tirato un paio di sonori ceffoni al marito sia come figura privata sia come figura pubblica. Appiccando l’incendio. Un grande falò delle vanità che sarà spento solo quando si capirà che, parafrasando un aforisma postumo di Friederich Nietzsche: “Non resta altro mezzo per rimettere in onore la politica, si devono come prima cosa impiccare i moralisti”.
E io non posso che commentare: molto ben detto.
Ma il tarlo continua a rosicchiare e, come tanti altri che lo hanno sostenuto per scelta o per necessità, devo chiedermi:
è normale che ciò che viene raccontato nelle barzellette spinte, quando di norma sono assenti le donne di casa, frutto di fantasia, si debba materializzare proprio nella persona che è anche ricca di qualità ed alla quale abbiamo affidato noi stessi?
Gli altri sono peggio ed in più anche ipocriti?
Appunto non li abbiamo votati.
Ma non è consolante dover applaudire alla padella solo perché l’alternativa è la brace.
E sabato e domenica noi siamo ai fornelli…


Renato
1 year ago
Complimenti per l’articolo, come sempre preciso, ma sopratutto complimenti per l’immagine. Perfetta, rende l’idea.
Scespir
1 year ago
La delusione nei confronti della dirigenza politica c’è da entrambe le parti ed è preoccupante perché si rischia di affidarsi a chiunque mostri un minimo d’affidabilità in più, anche sacrificando la libertà pur d’uscire dalle sabbie mobili: un “deja vu”.
Sul Riformista appare la lamentazione di un elettore di sinistra (speculare a tanti elettori di destra) che dice del PD:
“Domani lo voterò, pensando a quello che c’è dall’altra parte, ma turandomi il naso. Ma sarà l’ultima volta se resterà un partito diviso e sconclusionato, con dirigenti narcisi e rissosi, che continua a trascurare – più che il discorso sul popolo – il popolo stesso.”
Il direttore risponde, con molta onestà intellettuale:
“La ragione di questa disillusione non è tanto la campagna moralistica e personalistica che (il lettore) denuncia e che ha travolto anche il nuovo leader democratico all’approssimarsi della prima elezione. Quella non è la causa dei problemi del Pd: è l’effetto. Il Pd si è lanciato sul caso Noemi e sulla polemica dei voli di stato (già usata populisticamente da destra contro la sinistra ai tempi di Mastella) non per scelta ma per necessità: perché non aveva altro. E non aveva altro perché da troppo tempo il centrosinistra italiano non ha la forza, l’intelletto e il coraggio di riscrivere totalmente i suoi codici di interpretazione dell’Italia moderna.
E nel centrodestra, tolto Berlusconi e il suo successo-paradosso come il volo del colibrì, non si dovrebbe fare lo stesso ragionamento?
Sator
1 year ago
Claudio Velardi, fedelissimo di D’Alema ed attuale assessore regionale al Turismo in Campania, ha detto ad Omnibus:
“Non posso riconoscermi più in un partito come quello guidato da Dario Franceschini che è pronto perfino a festeggiare la perdita di 5-6 punti percentuali rispetto alle elezioni politiche 2008. Io credo che dopo un insuccesso di questo tipo se non implode il Partito Democratico tornando alle matrici originarie dei Ds e della Margherità, c’è una sola speranza: affidare la leadership a un politico nuovo, giovane, moderno che sia lontano dalla vecchia
nomenclatura. Io al momento un personaggio così non lo vedo, certo il Pd non può restare in piedi con un Franceschini o un Pierluigi Bersani. E nemmeno riparare nell’unica laternativa davvero esistente, che è quella dello stesso D’Alema”.
Franceschini quindi considererebbe una vittoria ottenere il 26-27 per cento, perdendo solo il 18% dei voti rispetto ad un anno fa.