La Fiera di Roma

Pubblicato il 29 marzo, 2009 alle 4:26 pm da


La Fiera di Roma

Diluvio di cronache e commenti per il varo ufficiale del PdL. Quelli più interessanti vengono dagli avversari, alla costante ricerca di travi e pagliuzze che “possano accecarlo” o almeno creare attriti e divisioni, ma utili per evidenziare ciò che nel tripudio resta camuffato.

Essendo Berlusconi da oltre 15 anni sulla breccia, molte critiche sono minestre riscaldate, ma si leggono anche cose originali ed osservazioni da meditare.

Eugenio Scalfari su la Repubblica:

“…La prima conclusione da trarre contrasta con quanto dicono alcuni attendibili sondaggi circa la durata del nuovo partito quando il suo leader non sarà più Silvio Berlusconi. Quei sondaggi dicono a forte maggioranza che il partito si dissolverà, non sopravviverà al suo fondatore. Ma a noi sembra sbagliato. La fusione con Alleanza nazionale non gli porta idee diverse con le quali confrontarsi, ma gli porta una prospettiva di durata che va oltre la sua leadership. Questo sì, è il plusvalore che Forza Italia, se fosse rimasta sola, non aveva. An è meno liquida di Forza Italia, perciò ha maggior resistenza al trascorrere del tempo e questo è il valore aggiunto di questa fusione. Perciò, quale che sarà il leader che verrà dopo Berlusconi, il partito nato oggi ci sarà ancora per lunghi anni e non sarà facile smontare il blocco sociale che intorno ad esso si è coagulato. In altri tempi l’abbiamo creduto ma oggi crederlo ancora sarebbe profondamente sbagliato. La sinistra si dovrà confrontare a lungo e seriamente con questa realtà a cominciare da subito se ci riuscirà. […] Nel secondo giorno il congresso del Popolo della libertà ha cambiato faccia con il discorso congressuale di Gianfranco Fini. Non sembri una sviolinatura al “compagno” Fini, premio di consolazione ai disagi della sinistra, ma è invece un’analisi oggettiva d’un intervento degno di un uomo politico che ormai ha acquisito lo spessore d’un uomo di Stato.
Gran parte di quel discorso Fini l’aveva già pronunciata al congresso di scioglimento del suo partito pochi giorni fa, ma averlo ripetuto al congresso del nuovo partito in presenza del suo re incoronato e del suo pubblico devoto e osannante è un atto di coraggio che non si può sottovalutare.
All’inizio ha dovuto bruciare qualche grano d’incenso alla lungimiranza di Silvio, alla perseveranza e alle capacità di Silvio, alla sua lealtà e qualche altro grano di assenzio nei confronti della sinistra, della sua incapacità riformatrice e del suo sguardo perennemente rivolto al passato. […] Ma poi è cominciata la parte vera del discorso ed è allora che il volto del Capo si è impietrito nel sorriso-smorfia e la variazione somatica è apparsa anche evidente sui volti dei suoi ex colonnelli di An.  Fini ha detto che il nuovo partito dev’essere pluralista. Che su Berlusconi, capo indiscusso, incombe però il compito di garantire quel pluralismo. Che è necessario intraprendere una riforma costituzionale per instaurare una democrazia governante. Ha insistito tre volte su questo binomio e la terza volta l’ha scandito perché entrasse nella memoria degli ascoltatori. E ne ha spiegato il senso: maggior potere al governo e al premier per governare con la rapidità richiesta dai tempi; ma anche maggiori poteri di controllo democratico al Parlamento. Se non è governante la democrazia affonda, se non è democratica si trasforma in autocrazia. Le due parole stanno insieme o affondano insieme. […] Ha descritto come sarà l’Italia tra dieci anni, pluri-etnica, pluri-religiosa, pluri-culturale, e quindi la necessità di prepararsi a questi eventi soprattutto nella scuola, nelle norme di integrazione e nel rispetto dei diritti ai quali debbono corrispondere i doveri sia dei cittadini che degli immigrati. Ha ricordato il diritto di esser curati anche per gli immigrati clandestini.”

Antonio Polito su Il Riformista:

“… il «discorso della calza». 26 gennaio ’94. […] Quel discorso fu effettivamente un capolavoro. Fu talmente un capolavoro che niente l’ha eguagliato, nemmeno il discorso che ieri Berlusconi ha tenuto alla Fiera di Roma. Questo ci dice che il berlusconismo resta un enigma anche quindici anni dopo la sua nascita. come è possibile che si discuta ancora la novità di Berlusconi quindici anni dopo? Come fa qualcosa che ha quindici anni – e soprattutto in politica, campo in cui le novità si bruciano come fiammiferi svedesi – apparire e forse ancora essere «nuovo»? La ragione fondamentale, a mio avviso, è che la rivoluzione berlusconiana non si è mai inverata. Non essendosi mai compiuta, ne ha salvato la carica escatologica, l’annuncio di un avvento. È qualcosa che resta nuovo perché deve ancora accadere, e da un momento all’altro accadrà, non appena il leader avrà finalmente il pieno consenso e il pieno potere che compiere quella rivoluzione richiede.
In questa attesa permanente, in questa promessa che si perpetua, c’è in parte il genio comunicativo e politico di Silvio Berlusconi: è lui che è bravo a tenerla sempre in vita. Ma c’è anche l’insuccesso di Berlusconi. Perché solo se le cose che lui predica da quindici anni non si sono ancora realizzate, si può ancora sperare e desiderare che si realizzino. […] Mi si potrebbe obiettare che Berlusconi non è riuscito a fare tutte queste cose perché non ha potuto, pur volendo. In parte è vero. Un fatto che molti dimenticano, celebrando il quindicennio berlusconiano, è che in questo periodo il Cavaliere è stato al governo per poco più della metà del tempo. Più che di quindici anni, bisognerebbe parlare di sette anni e mezzo. […] Ma sarebbe giusto ammettere che il bilancio di governo è magro anche e proprio perché il trionfo di potere è grande. […] Se questa analisi è corretta, ne deriverebbero delle conseguenze assai importanti per chi si oppone a Berlusconi. È infatti patetico, e talvolta un po’ ridicolo, questo riconoscere oggi che Berlusconi ha interpretato al meglio il modo in cui l’Italia è cambiata, che viene da tanti nemici del Cavaliere […]  ma non hai capito lo stesso niente, e cioè che lui non sta lì per la forza dei media ma per la forza del messaggio (inaugurare l’inceneritore di Acerra, dopo la storia dei rifiuti a Napoli, è un messaggio potentissimo, e non cambia niente che a mostrarlo sia la tv). Se davvero la sinistra ha capito perché Berlusconi domina la scena politica italiana da quindici anni, e perché rischia di dominarla ancora a lungo, allora dovrebbe smetterla di contrastare il messaggio di Berlusconi, e concentrarsi sul governo di Berlusconi. Competere con lui su quello che va fatto, accettando che va fatto, che è un bene per il Paese, che è esattamente la ragione per cui la maggioranza degli italiani lo approva, e diventare il più convincente alfiere della sua realizzazione. […] Oggi c’è la crisi economica che offre questa grande opportunità all’opposizione. Ma se a ogni idea di Berlusconi per fronteggiarla (prendete la manovra per rilanciare l’edilizia) si reagisce col riflesso condizionato del no, invece che con l’alternativa del come, si continua a costruire il piedistallo da cui Berlusconi potrà annunciare ancora e ancora il suo avvento, la sua novità permanente che non invecchia mai, e fornire sempre nuovi motivi agli italiani per convincerli che, se davvero vogliono che arrivi il Messia, devono prima liberarsi proprio dell’opposizione.”

Infine l’Unità, che si pone una bella domanda:

“Così il Pdl ha scoperto che i leader sono davvero due. Ma la domanda che resta è: chi starà dalla parte di Fini? […] «Ma cosa rappresentano di fatto le parole di Fini se non una clamorosa bocciatura delle principali misure del governo?», sottolinea Pier Luigi Bersani del Pd. «Dall’immigrazione al testamento biologico, dall’economia alle misure anti-cristi, abbiamo assistito allo smontaggio degli architravi delle politiche di Berlusconi. Prima dinanzi all’inerzia dell’esecutivo sul fronte crisi ha auspicato gli Stati generali dell’economia con tutte le parti sociali. Poi il presidente della Camera ha bocciato i principi stessi delle norme in tema di immigrazione inserite nel pacchetto sicurezza, fino arrivare ad oggi con la sconfessione delle legge sul biotestamento. Si è alzata oggi un’autorevole voce all’interno della maggioranza che non va derubricata come una semplice dialettica congressuale».

L’unica considerazione da aggiungere è: se veramente il pensiero di Fini è così in dissonanza da quello di Berlusconi, perché s’è disfatto delle truppe consegnadole armi e bagagli nelle mani del concorrente invece di tenerle in stato di allerta? Questo è un quesito a risposte plurime ed ognuno può dare quella che più gli aggrada…

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