Oggi in Italia, ieri a Praga

Pubblicato il 25 novembre, 2008 alle 6:35 pm da


I coccodrilli si sono moltiplicati per la morte di Sandro Curzi e persino Maurizio Gasparri, forse con un pizzico d’invidia per la coerenza dimostrata, ha ammesso:

Sandro Curzi e’ stato un uomo sanamente di parte. In un’epoca piena di ipocrisie ha sempre scelto una orgogliosa e convinta appartenenza che non gli ha impedito di rispettare i suoi avversari politici, anche i più distanti dalle sue idee.”

Qualche distinguo è comunque affiorato nel coro allineato sugli osanna che i cattivi che restano intonano ai buoni che se ne vanno. Franco Bechis su “Italia Oggi”:

“La scomparsa di Sandro Curzi è stata circondata da condiviso cordoglio ma anche da molta ipocrisia. Per i media è meglio che la gente tanto amata (a parole) non sappia mai come stanno le cose. Nella biografia di Curzi è stata tolta la sua attività ai Gr in lingua italiana di Radio Praga, che vomitava menzogne contro l’Italia da parte del feroce regime comunista cecoslovacco, negli anni stalinisti. Così è stato ricordato che Curzi venne assunto in Rai con un concorso per «chiara fama» (cioè per chiamata politica), accettando un posto da redattore ordinario. Nessuno ha scritto che questo era il passaggio formale per poter diventare, una volta dentro la Rai, direttore di testata da lì a pochi mesi.”

Curzi non faceva mistero della sua militanza né della sua collaborazione all’emittente che diffuse in tutta Europa le tesi ch’erano parte integrante della propaganda comunista nel corso della guerra fredda –fredda per chi non era sotto i sovietici-, preparando gli animi alla vampata che accese Praga nel ’68. Ricorda lui stesso ne “Il compagno scomodo”:

“Facevo due o tre volte al mese in aereo la spola tra Roma e Praga. Là trovavo una trentina di redattori, e un clima strano da raccontare perché, ecco lo scandalo a narrarlo oggi, «Radio Praga» il cui solo nome evoca il gulag era tutt’altro che questo. Molti di quelli che lavoravano per «Oggi, in Italia» erano fuggiti dall’Italia nel 1946, perché accusati e forse colpevoli di una guerra civile combattuta senza tregua e senza data di scadenza. Altri erano fuggiti dall’Italia nel 1948: dopo l’attentato a Togliatti avevano impugnato le armi. [.…] A Praga per il mio lavoro facevo capo a Moranino, un valoroso comandante partigiano ( 1 ) condannato all’ergastolo per dure azioni di guerra (sarà poi graziato da Saragat e potrà tornare in patria, dove morirà qualche anno più tardi). […] Una sola risposta ho da dare alla mia coscienza e a chi oggi mi legge. In quegli anni, a Praga come a Roma, ero sicuro, certo che fosse mio compito raccontare la verità, quella che gli altri nascondevano o distorcevano. Ed ero anche sicuro che la verità da raccontare fosse la mia, la nostra, quella dei comunisti”

Giampaolo Pansa ( 2 ) per “Il Riformista” non risparmia il duro commento:

“Troppo buonismo in molti coccodrilli per Sandro Curzi. Non sarebbero piaciuti nemmeno a lui. “Kojak” poteva sembrare un dirigente politico bonario e accomodante. In realtà era un comunista di quelli duri. Intollerante. E pronto a qualsiasi asprezza pur di dare addosso a chi la pensava in modo diverso. […] Sapeva bene che quanto raccontavo era tutto vero. Ma era vietato dirlo. In base al dogma che fare le bucce al Pci significava diffamare la Resistenza. Il nostro fu uno scontro impari. Lui dirigeva Liberazione e aveva alle spalle un partito, Rifondazione Comunista. Io ero un giornalista che non dirigeva nulla e non aveva nessuno dietro di sé. Anche per questo, Curzi cominciò a pestarmi. E cominciò subito, prima che il libro apparisse, dunque senza neppure averlo letto.“

( 1 ) Il 26 novembre 1944, qui in Piemonte, nel vercellese, i “partigiani comunisti” locali, comandati da un tal Gemisto, nome di battaglia di Francesco Moranino, trucidarono, tradendoli, alcuni partigiani democratici facenti parte della “missione Strassera” (dal nome dell’agente del Regno del Sud che li guidava). I componenti della missione antifascista, lo stesso Strassera e quattro partigiani democratici, avrebbero dovuto essere scortati, secondo gli accordi, dagli uomini di Moranino verso il confine Svizzero, ove erano ad attenderli le mogli.
La radio alleata trasmise il convenzionale messaggio per segnalare che la missione era stata compiuta, tranquillizzando i familiari dei partitigiani democratici rimasti in Italia. Ma , in realtà, i comunisti di Gemisto avevano provveduto a liquidarli, nella logica della “disarticolazione” delle
forze del Sud, variante dialettica della tattica di “unità Ciellenista” del partito stalino-togliattiano.
Le cinque vittime dell’eccidio, meno noto ma altrettanto criminoso di quello infame di Porzus, furono:

  • Emanuele Strassera : agente del Sud, sbarcato sulla costa ligure da un sommergibile USA, all’inizio dell’estate 1944;
  • Gennaro Santucci: partigiano;
  • Ezio Campasso: partigiano;
  • Mario Francesconi: partigiano;
  • Giovanni Scimone: partigiano;

Al fine di coprire il delitto, il partigiano comunista Gemisto, pensò bene di uccidere anche due delle mogli degli sventurati che aveva assassinato. La criminosa liquidazione di Maria Santucci e Maria Francesconi venne attuata il 9 gennaio 1945. Una quarantina di giorni dopo l’assassinio dei membri della missione Strassera. I partigiani comunisti cercarono di far ricadere la responsabilità della morte delle due donne, liquidate perchè stavano per scoprire la verità sulla sorte dei loro mariti, sui fascisti ed i loro feroci rastrellamenti.
La Corte di assise di Firenze, nel 1956, appurò la responsabilità di Moranino e della sua formazione partigiana comunista e condannò Francesco Moranino detto Gemisto all’ergastolo.
Le motivazioni della sentenza descrivono Moranino attore di ”un comportamento ispirato ad una faziosità politica, ed ai metodi usati, rivelatori di un’assoluta mancanza di umanità che hanno raggiunto i limiti di uno spietato cinismo”.
La sentenza di condanna all’ergastolo per i descritti crimini contro pretese “spie fasciste” e contro le loro mogli, fu confermata dalla Corte d’Assiste d’Appello nel 1957.
Francesco Morarino detto Gemisto, militante stalinista “duro e puro”, era nato a Tollegno, nel Billese, il 15 gennaio 1920 da una famiglia di operai, ed era già stato arrestato nel 1940 per attività antifasciste ed inviato al confino, ove aveva potuto entrare in contatto con uomini di spicco del partito come Amendola e soprattutto Giancarlo Pajetta.

Non scontò mai la condanna all’ergastolo. Fu fatto fuggire dall’organizzazione comunista “Soccorso Rosso”, e riparò in Cecoslovacchia, ove lavorò a “Radio Praga”, dando anche la sua voce a trasmissioni di propaganda stalinista “in lingua italiana”. Fu graziato dal Presidente Saragat, e tornò in Italia, ove il PCI lo accolse a braccia aperte. Fu eletto deputato della Repubblica , nelle liste del Partito Comunista Italiano di Luigi Longo, alle elezioni politiche del maggio 1968.
Un onorevole ergastolano, assassino patentato e simbolo della connivenza del partito comunista togliattiano – stalinista con le bande di assassini che nel Vercellese come a Porzus, e in molte altre parti d’Italia, ovviamente per la “sacrosanta” causa “democratica” e “progressiva” del comunismo, avevano compiuto crimini inauditi contro i partigiani democratici ed altri antifascisti, e/o contro le loro famiglie.

( 2 ) Troppo buonismo in molti coccodrilli per Sandro Curzi. Non sarebbero piaciuti nemmeno a lui. “Kojak” poteva sembrare un dirigente politico bonario e accomodante. In realtà era un comunista di quelli duri. Intollerante. E pronto a qualsiasi asprezza pur di dare addosso a chi la pensava in modo diverso.
Li ho sperimentati anch’io i suoi sistemi, quando pubblicai il “Sangue dei vinti”, un libro sulle mattanze compiute dai partigiani dopo il 25 aprile. In quel caso, Curzi si comportò da vero Gendarme della Memoria. Sapeva bene che quanto raccontavo era tutto vero. Ma era vietato dirlo. In base al dogma che fare le bucce al Pci significava diffamare la Resistenza.
Il nostro fu uno scontro impari. Lui dirigeva Liberazione e aveva alle spalle un partito, Rifondazione Comunista. Io ero un giornalista che non dirigeva nulla e non aveva nessuno dietro di sé. Anche per questo, Curzi cominciò a pestarmi. E cominciò subito, prima che il libro apparisse, dunque senza neppure averlo letto.
Il venerdì 10 ottobre 2003, “Kojak” vide su un lancio dell’agenzia Adkronos una bordata di Giorgio Bocca contro di me, sparata dopo le anticipazione dei giornali. E decise di approfittarne. Incaricò un redattore, Beppe Lopez, di intervistare l’Uomo di Cuneo. Ne uscì una requisitoria allucinata. Dove si sosteneva persino che avevo scritto “Il sangue dei vinti” per diventare il direttore del Corriere della sera.
Il sabato 11 ottobre, Curzi stampò l’intervista su Liberazione, con un grande titolo che strillava: “Libro vergognoso di un voltagabbana”. “Kojak” definiva il mio libro «un romanzo», etichetta falsa per schernire un’inchiesta. Sempre falsa era la presentazione di tutto l’affare Pansa. Curzi scrisse: «Di fatto questo libro contribuisce alla parificazione delle forze allora in campo: i nazi-fascisti da un canto e i partigiani e le forze democratiche e antifasciste dall’altro».
Non soddisfatto della forsennata esternazione di Bocca, “Kojak” riprese subito a darmi botte in testa nella pagina più importante di Liberazione, quella della posta. La domenica 12 ottobre mi preparò un nuovo pacchetto al veleno. Sotto un titolone che domandava: «Perché Pansa tira fuori proprio ora quelle storie?», c’erano tre lettere arrivate con la velocità della luce.
Erano vere o false, nel senso che ci aveva pensato Curzi a fabbricarle? Penso che almeno un paio fossero false. Anche perché il libro stava sempre nei magazzini della Sperling & Kupfer. “Kojak”, o un suo alter ego, mi accusava di volermi riciclare con Berlusconi. E di dare una mano al Polo di centrodestra, diffamando i poveri comunisti.
La terza lettera era una carognata diretta a Miriam Mafai, colpevole di un giudizio equilibrato sul mio lavoro.
La firmava una signora che dichiarava di avere la tessera dei Ds. E di sentirsi amareggiata per le parole di Miriam, «iscritta al mio stesso partito e già compagna di Giancarlo Pajetta». La conclusione era da tribunale politico: «Spero che dai Ds venga una risposta degna».
Il 17 ottobre Curzi si decise a prendere la parola. Scrisse: «In tema di revisionismo storico credevo che avessimo raggiunto il fondo con la cinica operazione editoriale di Pansa, libro vergognoso di un voltagabbana». Ma purtroppo non era così: «Non passa giorno senza che qualche fascista sdoganato o qualche ex comunista passato a Berlusconi non si riempia la bocca con i gulag e le foibe…».
Nei mesi successivi, Curzi continuò a pubblicare lettere contro di me. E a prendermi a schiaffi nella rubrica “Giornali & Tv”. Poi smise, perché si era accorto di essere diventato lo sponsor più efficace del mio libro. Ma “Kojak” aveva la testa dura. E tornò a farsi vivo su Liberazione nell’autunno del 2004, forse disturbato da un altro mio lavoro, “Prigionieri del silenzio”.
Curzi sostenne che continuava a ricevere molte missive contro “Il sangue dei vinti”: «Lettere di indignata sorpresa per l’indirizzo che il collega Pansa, per citare solo il nome più popolare, ha preso e che viene vissuto come esempio di revisionismo storico».
Uscito da Liberazione, Curzi entrò nel consiglio d’amministrazione della Rai. Ma non si scordò di me. Nel giugno 2005, intervistato da Roberto Cotroneo dell’Unità, si lagnò dell’ariaccia che tirava in viale Mazzini: «Qui c’è un degrado culturale. Ti faccio un esempio: stanno preparando una fiction tratta dal ‘Sangue dei vinti’ di Pansa…».
Mi fermo qui. E riconosco che, in fondo, “Kojak” ha vinto. Nelle librerie no, ma alla Rai sì. La fiction verrà trasmessa soltanto nel dicembre del prossimo anno. Dall’aldilà dei Gendarmi della Memoria, Curzi sorriderà. Pensando: io ci sapevo fare, non i voltagabbana alla Veltroni.

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