Parto cesareo

Pubblicato il 29 gennaio, 2009 alle 7:08 pm da


Parto cesareo

Ospitiamo volentieri un intervento di Franco Murru.

Tra due mesi si terrà il congresso di fondazione del PDL, il nuovo contenitore dove dovrebbero miscelarsi fino a fondersi Forza Italia ed Alleanza Nazionale (oltre ad altre minori formazioni), espressione del polo destrorso del bipolarismo, così alla moda perché così comodo per le forze maggiori, sia di centro-destra che di centro-sinistra.

In passato le fusioni e le unioni di partiti diversi, seppur vicini come elettorato, non hanno prodotto grandi risultati e anche il recente accoppiamento tra DS e DL che ha fatto nascere il Partito Democratico ha confermato la regola, con il frutto del concepimento rachitico e piagnucoloso.
In vista di tale congresso fondatore si prepara una bozza di statuto e, da quello che trapela, i dubbi su quanto si prefigura giustificano la molta titubanza che tormenta quelli che un tempo si chiamavano “militanti”, abituati al servizio permanente, con tanto di struttura gerarchica e luoghi di raduno. Questi veterani della politica spicciola territoriale, con appuntati sul petto i nastrini delle campagne combattute in passato, tuttora costituiscono l’ossatura di AN e vedono con diffidenza il “partito leggero” che si va prefigurando, temendo che possa essere troppo leggero ed evaporare al primo soffio di vento.

Gianni Baget Bozzo, teologo-politologo, così su Panorama tratteggia la situazione:

“Forza Italia esprime una forza politica nata dal rapporto diretto tra il leader e gli elettori… […] E’ un partito della società postmoderna, in cui non esistono affiliazioni permanenti né fedeltà strutturate. […] La storia di Forza Italia […] mostra che il rapporto personale tra leader e popolo può essere un fatto durevole… […] Berlusconi ha prodotto sia Forza Italia che il Popolo della Libertà con un’iniziativa individuale, e appunto per questo popolare. Ciò indica l’essenza del partito postmoderno […] presente … nel carattere personale della leadership…[…] Alleanza Nazionale […] anch’essa si è adeguata al modello personale, divenendo il partito di Gianfranco Fini, con una fiducia nel leader andata ben oltre i rapporti statutari. Divenendo anch’essa un partito personale…[…] Il Pdl rimane un partito del leader e del popolo […] Il partito ideologico è finito e il partito postmoderno è il partito del leader, esprime nella sua figura le diversità che compongono un popolo. Per questo il nome del Pdl non è un nome di partito, ma il nome del suo riferimento massimo: il corpo elettorale, il popolo che vota. Combinare due storie così diverse in una sola forma politica non è facile, ma è una sfida diversa e ben più attuale della sintesi ideologica di vecchi partiti fatta nel Pd e che ora si avvia verso la sua crisi.”

In tale logica è ovvio che, al presente, l’unico leader assoluto sarà Berlusconi, eletto senza possibilità di alternative (non è previsto il voto segreto) che governerà il nuovo partito come ha sempre fatto in FI (e come Fini ha fatto in AN), con il potere di nomina e revoca di coordinatori e segretari regionali e locali (varie centinaia di persone investite per cooptazione). Un contentino formale sarà il comitato di presidenza in forma di triumvirato che affiancherà, sottomesso, il capo.
Pur considerando ipoteticamente buona questa visione “teologica” dell’operazione, restano dei punti d’incoerenza che minano la stabilità della costruzione.

Per prima cosa è intanto da dimostrare l’oggettiva superiorità di un partito destrutturato rispetto ad uno stabilmente ed organicamente presente sul territorio, camera di compensazione e cinghia di trasmissione delle esigenze della periferia. Lo smantellamento dei presìdi mira ad un risparmio di risorse o al controllo del dissenso e ad impedire il crescere di individualità fuori dal coro?
Il personale politico di necessità verrà reclutato sulla base di un vassallaggio personale, sempre più privo di qualità politiche testate e collaudate e quindi progressivamente ancor più “dilettantesco” rispetto a quanto già non lo sia oggi. Per l’elaborazione programmatica e propositiva, ci si affiderà ai centri-studi o ai sondaggisti o all’intuizione non sempre felice del solo ed unico capo?

In secondo luogo se il destino, nel bene e nel male, del nuovo partito dovesse identificarsi con le sorti del leader e col suo personale carisma, cosa avverrà quando il leader, per una qualsiasi ragione, non potesse assolvere al compito? In un progetto di “partito del leader”, strettamente legato alla sua persona, niente leader, niente partito? O a quel punto dovremo procurarci una lanterna e, come Diogene, andare alla ricerca “dell’uomo” dotato di carisma? Tanto per chiarire e mettere le mani avanti, questo mio ragionamento è volto ad evidenziare la debolezza intrinseca del progetto tagliato su misura e così concepito e non certo per perorare una sistemazione “a futura memoria” per il capo attualmente ibernato di AN.

Baget Bozzo certamente sarà a conoscenza che persino il Cristo, che, senza nulla togliere a Berlusconi, aveva qualche potenzialità in più, ha progettato una struttura organizzativa stabile e individuato un successore per guidarla. Il marchingegno ha funzionato con discreti risultati per 2000 anni.
Io mi accontenterei di molto meno.

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