A.a.a. affarone

Pubblicato il 25 ottobre, 2008 alle 6:46 pm da


“Un Paese fermo, consegnato all’immobilità: ecco come appare oggi l’Italia. […] anche nelle sue élites prigioniero dei luoghi comuni, incapace di pensare e di fare cose nuove in modo nuovo, di sciogliere i nodi che da tanto tempo ostacolano il suo cammino. Da trent’anni ci portiamo sulle spalle un debito pubblico smisurato che non riusciamo a diminuire neppure di tanto. Da decenni dobbiamo riformare la scuola, la Rai, la sanità, le pensioni, la magistratura, la legge sulla cittadinanza, e siamo sempre lì a discutere come farlo. Da decenni dobbiamo costruire la Pedemontana, le prigioni che mancano, il sistema degli acquedotti che fa acqua, il ponte sullo Stretto, le metropolitane nelle città, la Salerno- Reggio Calabria, la Tav del corridoio 5, e non so più cos’altro. Ma non lo facciamo o lo facciamo con una lentezza esasperante. Nel tempo che gli altri cambiano il volto di una città, costruiscono una biblioteca gigantesca, un museo straordinario, noi sì e no mettiamo a punto un progetto di massima sul quale avviare discussioni senza fine. Perché in Italia le cose vanno così? I motivi sono mille ma alla fine sono tutti riconducibili a una sensazione precisa: siamo una società prigioniera del passato. Con lo sguardo perennemente rivolto all’indietro…”

così, in un editoriale di oggi sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia.

“Il mantenimento e l’espansione del livello di vita raggiunto nel nostro paese non può non richiedere che si lavori di più, in più e più a lungo. Nello stesso tempo, è necessario che si innalzi l’intensità del capitale umano e riprenda a crescere la produttività […rimuovendo…] vincoli che hanno reso difficile anche l’adeguamento alle grandi innovazioni tecnologiche occorse negli ultimi anni […] se si vuole evitare che il nostro paese non riesca neanche a mantenere negli anni futuri l’attuale livello di benessere economico e si allontani dai livelli di reddito delle economie oggi simili alla nostra. […] motore della crescita di lungo periodo la qualità del capitale umano è tanto importante quanto la sua quantità. Le principali indagini sui livelli di apprendimento nelle scuole italiane indicano chiaramente che questa è oggi una priorità per il nostro paese. Il miglioramento della qualità del capitale umano richiede quindi interventi importanti sulla scuola e sull’università. Pur senza scendere in dettagli vanno certo rivisti gli incentivi che guidano l’apprendimento come l’attività di insegnamento, va apprezzato e compensato il merito là dove si manifesta, è necessaria una migliore e più continua valutazione dei programmi, dei metodi e dei risultati, occorrono infrastrutture e ambienti scolastici adeguati e attraenti. [...In Italia] il livello medio di istruzione della popolazione è ancora basso, in quantità e in qualità, e inferiore a quello di quasi tutte le economie avanzate (nel 2006, la quota di popolazione in età da lavoro con titolo d’istruzione universitaria era poco più del 13% circa metà della media Ocse; tra i più giovani il tasso sale al 17%, contro il 33% medio dei paesi sviluppati). Anche il rendimento dell’istruzione è relativamente basso nel confronto internazionale […] Diversi fattori concorrono a spiegare questi risultati. La forte dipendenza dei risultati dalle condizioni iniziali (reddito e livello d’istruzione dei genitori) suggerisce la presenza di vincoli all’ingresso per le fasce di popolazione più svantaggiate. Non sembrano esservi, inoltre, sufficienti meccanismi in grado di valorizzare il merito e premiare i comportamenti e i risultati individuali, con la conseguenza che tendono a ridursi le esternalità positive associate all’investimento in capitale umano. Ma l’associazione tra un basso livello di istruzione e una bassa remunerazione della stessa suggerisce che anche la qualità dell’istruzione fornita dal nostro sistema scolastico è inadeguata: a un’istruzione di bassa qualità le imprese reagirebbero, in condizioni di informazione imperfetta, con un’offerta generalizzata di bassi salari; questi sarebbero ritenuti insufficienti a compensare il costo di un ritardato ingresso nel mercato del lavoro, riducendo l’investimento in istruzione. Il rischio è di finire in un equilibrio di bassi salari, bassa accumulazione di capitale umano, possibile disoccupazione o sotto-occupazione di coloro che hanno livelli di istruzione più elevati. L’attenzione al capitale umano e ai processi della sua formazione è ancora più cruciale in un contesto di crescente immigrazione».

Lo ha affermato il vicedirettore generale di Bankitalia, Ignazio Visco, nel corso di una lezione alla riunione annuale della Società italiana degli economisti a Perugia.

Ma i nostri baldi giovani, guidati dai loro cattivi ed interessati maestri, mentre l’intera economia mondiale si sta accartocciando su se stessa e le poche occasioni di lavoro saranno appannaggio dei più preparati, preferiscono godere degli ultimi sprazzi di sole autunnale, intruppati nei battaglioni fankazzisti al comando dei baroni di carta.

In una classifica internazionale sulle migliori Università del mondo l’Italia fa la sua –ormai- solita figura, con Bologna al 192° posto (l’anno precedente era al 173°…), ma i nostri asini ragliano perentori: ”giù le mani dalla cultura”. QUALE ?

Quella impartita nelle nostre 94 Università con 5.500 corsi di laurea (37 dei quali con un solo alunno e 327 con meno di 15 iscritti) e 170.000 materie insegnate?

In compenso abbiamo molti professori, 18.817 ordinari e 18.107 associati, oltre a 21.424 ricercatori.

E come mai questa poderosa macchina culturale sforna la metà dei laureati del resto d’Europa: 11,6% contro il 23,2% dei maschi della fascia d’età tra 25 e 64 anni!

Come si fa a riformare un tale meccanismo perfetto, un gioiello che nessuno c’invidia e col quale nessuno vuol avere a che fare: gli studenti stranieri che frequentano i nostri atenei sono il 2% del totale, contro il 11% della Germania, il 18% della Gran Bretagna fino al 29% della Nuova Zelanda.

Del resto pur di entrare nel teatrino dei burattini il nostro eroe nazionale Pinocchio, per racimolare i 4 soldi necessari, si libera dell’Abbecedario, effettivamente un oggetto inutile, anche a parere di Lucignolo:

“Dove vuoi trovare un paese più salubre per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri: lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!…”

E noi civilissimi siamo!

La premonizione di Geppetto aveva visto giusto:

“Che nome gli metterò?” disse fra sé e sé. “Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.”

Ecco, appunto, quasi ci siamo…

Condividi

Ulteriori articoli che ti potrebbero interessare