Il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può dare

Pubblicato il 9 dicembre, 2007 alle 11:41 am da


Ospitiamo con piacere l’opinione di un amico su una vicenda d’attualità.

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Il pastore tibetano Runngye Adak che il primo agosto scorso, a una festa popolare nella provincia del Sichuan, aveva inneggiato al leader spirituale del Tibet gridando “LUNGA VITA AL DALAI LAMA” è stato condannato a otto anni di carcere.

Tre suoi amici sono stati a loro volta imprigionati per aver protestato e chiesto la sua liberazione: la corte li ha ritenuti colpevoli di avere attentato “alla sicurezza nazionale” (agenzia Nuova Cina).

In questi giorni il Dalai Lama è in Italia, ma nessuna autorità governativa lo riceverà ufficialmente: il sindaco di Milano lo incontrerà privatamente e altrettanto ha fatto Formigoni. Certo da quando il Tibet è stato invaso e occupato dalla Cina egli non è più un leader politico ma solo un capo religioso, tanto carico di prestigio e di carisma da esser visto come un pericolo mortale per il regime bastardo, capital-comunista, che opprime quello che fu il Celeste Impero. Di fronte alle diffide e alle minacce del governo di Pechino, col rischio di mettere a repentaglio gli scambi di mondezza miliardaria che importiamo, roma (minuscolo, chè se no si creerebbe confusione con Roma, con la quale l’attuale ha in comune solo la geografia ma non la storia) ha ulteriormente onorato il suo motto: forte con i deboli e debole con i forti.

Comportamento similare anche dalla seconda roma, il Vaticano, che a suo tempo non ebbe remore nel ricevere in pompa magna Fidel Castro senza neanche imporgli il lavacro delle mani insanguinate. Il dittatore cubano era un capo di Stato? Yasser Arafat non lo era, ma fu ricevuto ugualmente. Come sono lontani i tempi di papa Leone Magno, che fermò Attila, e di Pio V che sconfisse gli Ottomani a Lepanto.

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