La fusione a freddo, procedimento di fisica nucleare, mitico quanto l’unicorno, dovrebbe sviluppare un’enorme energia pulita senza scorie né calore e similmente, negli antri semibui degli alchimisti politici, produrre grandi partiti dall’unione ragionieristica e senza pathos di movimenti fatti di passioni, sangue e irrazionalità. Finora nessuno c’è mai riuscito, pur avendole provate tutte. Le tifoserie organizzate non si amalgamano, per quanto dall’alto vengano sollecitate e si esibiscano ragionamenti matematici con risultato finale contabilmente vantaggioso. Solo in teoria però, chè poi alla conta sfugge quel risultato che in politica solo conta: la vittoria elettorale. Un grande partito può essere fatto solo mettendo insieme cervello, cuore e fegato: se una delle componenti manca, l’ipertrofia delle altre non può compensare le funzioni mancanti, si crea un organismo debole che tira a campare ma non sfonda.
Nel laboratorio Italia si portano avanti due esperimenti, uno di sinistra, più avanzato e l’altro di destra, con tempi più lunghi e prudenti.
Venerdì 20 giugno, all’Assemblea Costituente del Pd, nella sala della capienza di 1200 posti a sedere, erano presenti 863 delegati su 2. 815. Un flop clamoroso, indicativo dell’umore non solo della base del neonato partito ma persino della classe dirigente. Certo non aiutano le reiterate sconfitte elettorali, con conseguente regolamento di conti e ricerca di capri espiatori. Il malessere è più profondo e affiora da qualche dichiarazione.
Arturo Parisi, stratega ulivista, urla fuori dai denti:
“A questa Assemblea si associa con difficoltà l’aggettivo democratico. La relazione è una comprensibile difesa di quello ch’è stato fatto. Purtroppo però l’unico giudizio sul nostro operato e sulla dirigenza resta quello degli elettori a livello nazionale, a Roma e in Sicilia.”
Prodi si defila e i suoi fedelissimi dichiarano:
“Se non supereremo il test delle Europee, il Pd sparirà.” ed anche “L’Assemblea è stata espropriata e ha conferito i suoi poteri a una direzione nominata dall’alto e lottizzata tra i capi tribù DS e Margherita.” ancora: ”Questo partito è una somma di passati. E’ un’intera linea strategica che esce sconfitta.”
L’ex ministro degli Esteri D’Alema, dice:
“Io non sono affatto favorevole al bipartitismo, la riduzione della democrazia a due partiti. Questo aprirebbe la strada al presidenzialismo e cioè alla sicura vittoria dell’ideologia di Berlusconi e quindi di Berlusconi stesso o di chi lo sostituirà: è lui che incarna quel sistema.”
Si favoleggia di una manifestazione nazionale, in autunno, dopo le ferie, non essendoci nulla d’impellente e non volendo rischiare il suicidio anticipato con un misero consenso. Solo il forcaiolo Di Pietro vorrebbe subito vedere il sangue scorrere sulla piazza.
In Sardegna poi si è ormai alla spaccatura sia sostanziale che di facciata, in vista delle regionali del prossimo anno, quasi al “si salvi chi può” per non essere risucchiati a fondo dal naufragio di Soru.
Tutto questo succede a sinistra dove la discussione assume a volte i toni alti ma almeno avviene. A destra, complice l’indigestione di consensi, inaspettati in quella proporzione, tutto tace o si riduce a mugugno, tra un rutto e l’altro. Gli ordini sono di confluire, convergere, amalgamarsi, ma intanto si prende tempo perché se è facile riunire sotto una tenda gli stati maggiori, ben più impegnativo è fondere le truppe e fare un unico esercito. Più che una fusione si rischia un’annessione per incorporazione e quelli di destra, bastian contrari per natura, hanno preso il brutto vizio di pensare con la propria testa e di piegare i vessilli non hanno intenzione. Preferiscono sbagliare da soli, chè di errori sotto direzione ne hanno fatti a sufficienza.
La camicia di forza della legge elettorale bipartitica obbliga a limitare i movimenti, ma l’immobilità è molto simile alla paralisi. Forse questa è la situazione ideale per non disturbare i manovratori, ma porta all’asfissia e al rigor mortis.
Cui prodest?


Pubblicato il 24 giugno, 2008 alle 7:01 pm da Chirone