E il naufragar m’è dolce in questo mare…

Pubblicato il 7 giugno, 2010 alle 3:58 pm da


E il naufragar m’è dolce in questo mare…

Il liquefarsi dell’intero schieramento politico ozierese, in tutte le sue componenti e aldilà delle sfumature di colore, nelle recenti consultazioni elettorali, è l’ultimo colpo –per ora- incassato dalla ex-Città e mostra d’essere particolarmente grave non tanto per l’ulteriore calo di rappresentatività del territorio nelle sedi istituzionali quanto per la consapevole rassegnazione che la classe “dirigente” politica mostra per quest’ennesimo rovescio.

Il calo di affluenza alle urne, “bipartisan”, rispecchia l’umore della cittadinanza, sfiduciata ed incapace di vedere nei partiti e negli uomini che li rappresentano e personificano, gli interpreti e i paladini delle esigenze del nostro piccolo tessuto sociale.

I candidati scesi in campo hanno combattuto come meglio hanno potuto, senza suscitare entusiasmi e senza trovare ostilità. Nessun “patos” nei loro colloqui caramellosi, in cui i sorrisi di circostanza nascondevano la ritrosia degli elettori ormai “àpoti” (coloro che “non la bevono” secondo Prezzolini), pronti a dare il consenso a parole ma nascondendo la mano con la matita copiativa.

Il problema della rappresentanza politica e della classe dirigente che essa dovrebbe in buona parte esprimere somiglia all’iceberg, di cui quella emersa e visibile è la minima parte. Mancano, o si sono molto ridotti, i collegamenti capillari tra il tessuto sociale e la dirigenza dei partiti, selezionata –si fa per dire!- dall’alto o per cooptazione, autoreferenziale e avulsa dal confronto e dallo scontro, rintanata nella convinzione che comunque il popolo-bue sarà sempre obbligato ad esprimere un consenso, per una parte o per l’altra.

Un involucro di rappresentanza, un guscio vuoto dove non scorre sangue e linfa vitale, non potrà mai inventarsi  soluzioni, suscitare entusiasmi, animare utopie e alla fin fine coinvolgere i cittadini. La ragioneristica gestione dell’esistente, sempre più rinsecchito, costringerà al progressivo e inarrestabile rifugiarsi nel “particulare”, nella difesa  del personale, nella fuga verso contrade ritenute più fortunate e con maggiori occasioni.

Aver perso qualche battaglia o addirittura la guerra dopo essersi battuti può forse considerarsi una colpa;  ma aggirarsi serenamente e con fare indifferente tra le macerie del dopoguerra è la vera, grave responsabilità dell’attuale dirigenza politica cittadina.

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