La sconfitta di Soru ha finito col dare il colpo di grazia a Veltroni, che s’è dimesso definitiva- mente da segratario del PD, dopo una pausa di riflessione di qualche ora.
Causa scatenante la sconfitta patita dal candidato del centrosinistra, Renato Soru, alla presidenza della Regione Sardegna, ennesima disfatta per la linea politica veltroniana già messa in discussione dopo i risultati in Abruzzo e le polemiche interne.
Riporta La Stampa:
“Ora il Pd dovrà convocare in tempi rapidi la direzione nazionale, organismo politico del partito. Veltroni aveva aperto la riunione mattutina spiegando che se il partito è da tempo dilaniato da divisioni e fibrillazioni interne è perchè le critiche si concentrano sulla linea politica da lui scelta e sulla sua persona, dunque se «per molti sono un problema – avrebbe detto Veltroni – io sono pronto ad andarmene per il bene del partito». Per Veltroni, infatti, il progetto del Pd è più importante delle singole persone e dei singoli ruoli. A queste argomentazioni, a quanto si apprende, tutti i membri del coordinamento avrebbero replicato spiegando l’inopportunità di lasciare il partito senza una guida durante una campagna elettorale ed appuntamenti decisivi. Ma, soprattutto, raccontano, tutti al coordinamento avrebbero fatto una assunzione corale di responsabilità.”


Don Perignon
2 years ago
Anche un giornale fiancheggiatore come Repubblica stamattina ha dovuto fare un’analisi spietata, confermata nel pomeriggio dalle dimissioni di Veltroni:
“Per il futuro del Pd, la sconfitta in Sardegna (se sarà ribadita dall’esito ufficiale) rischia di suonare come una doppia campana a morto. Innanzi tutto per Soru, che aveva a sua volta personalizzato questa battaglia, accreditando l’idea che un suo trionfo lo avrebbe accreditato per una “nomination” nazionale: a questo punto il suo sogno tramonta, e per quanto abbia inciso il voto disgiunto il governatore uscente non è riuscito a ripetere il miracolo del 2004, quando vinse grazie al sostegno di quei ben 94 mila elettori che votarono per lui e non per la coalizione. Ma soprattutto per Veltroni e per la sua leadership. Se fossero vere (e confermate) le prime indicazioni sul voto alle liste, il distacco patito dal Pd rispetto al Pdl sarebbe drammatico: oltre i 20 punti percentuali. Si avvicina il momento di una inevitabile resa dei conti per un “apparatciki” troppo autoreferenziale nella gestione del partito e troppo ondivago nell’azione politica. La ricomposizione della Sinistra Arcobaleno, alla luce della vicenda sarda, non è sufficiente. E ora cade anche l’illusione che Berlusconi si batta con un “uomo nuovo”, fuori dalle nomenklature romane. Neanche questo basta a espugnare la fortezza del Cavaliere. Per Veltroni, e per il centrosinistra riformista, è un vicolo cieco. Per uscirne urge almeno un vero congresso. Da statuto, è previsto dopo le europee. Ma di questo passo c’è da chiedersi cosa resterà del Pd, dopo l’Election Day del prossimo giugno.”