Ignazio La Russa, pur essendo ministro della Difesa, va all’attacco dopo le polemiche per le sue parole sui “ragazzi di Salò” e definisce “manifestazioni scomposte di razzismo culturale” le critiche ricevute da chi lo accusa di fare del revisionismo, crimine imperdonabile che mina le certezze fondanti della Repubblica.
“[...] nel mio discorso non ho fatto riferimento alla storia di tutta la Repubblica di Salò, nemmeno ai soldati della Rsi, ma a quelli del battaglione Nembo che combatterono ad Anzio. [...] perché si opponevano a un esercito (tedesco, ndr) straniero, in quel momento ostile. E poi, perché con il loro sacrificio, avevano contribuito alla costruzione di quella Italia democratica e libera in cui viviamo. [...] quei soldati della Nembo [...] avevano in mente l’ideale della difesa della patria e dell’onore alla parola data. [...] siccome io sono di destra, ho una storia di destra, e certo non me ne vergogno, si presume che io non possa parlare.”
Forse pensano che lei si dovrebbe astenere dal toccare certi temi… insiste l’intervistatore e qui il reggente di AN, ignaro degli sviluppi futuri, dice più di quanto dovrebbe (e Fini vorrebbe):
“Con me se lo possono scordare, non mi faccio tarpare dai gendarmi della memoria e dai professori della storiografia ufficiale.”
A dare manforte ai due colonnelli scende in campo, in formazione da battaglia, “donna” Assunta ved. Almirante che ormai è diventata per Fini ciò che l’ombra di Banco era per Macbeth, riportandolo ad ascendenze e ad un passato da cancellare.
Il Corriere della Sera sintetizza così il pragmatico disegno strategico finiano: “An è nata con l’obiettivo storico di condurre la destra italiana in Europa, perciò a Fini non piace il gioco dell’oca, perché, dopo anni di strappi e una faticosa legittimazione non può essere contemplato il rischio di fermarsi un giro, nè tantomeno di tornare alla casella di partenza” che liquida come due “sprovveduti” i suoi luogotenenti più in vista. Per di più “L’infortunio del sindaco di Roma è avvenuto in concomitanza con la visita allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto dove Fini definì «epoca del male assoluto» il fascismo, «infami» le leggi razziali e «vergognosa» la pagina della Repubblica sociale.”
Inoltre la Comunità ebraica italiana, ipersensibile ai tragici ricordi del passato, pretende nuove rassicurazioni sul buon esito dell’intervento di vaccinazione anti-razzista della destra italiana, obbligata a praticare il richiamo ogni sei mesi.
Quelli sottoposti all’anti-doping scoprono le carte e gli altarini e così rimestando scopriamo che ben pochi sono senza peccato.
Così scrive “il Giornale” il 12.09.08:
“Quando il popolo virtuoso, che non aveva mai cessato di anelare alla libertà perduta, si sincerò che il fascismo era morto, cominciò a riecheggiare nelle contrade italiane la parola che la cattiva coscienza tentava di cancellare: «Fascista!», con tutto il suo carico di furore, risentimento, odio anche contro se stessi per essere costretti ad ammettere di averci creduto; e i più tenaci accusatori furono proprio gli ex fascisti/antifascisti di recentissimo conio.
Il passato è sempre un’ottima fuga e distrazione.
Così, per difesa o alibi, nelle quotidiane polemiche (rinverdite in questi giorni) la qualifica di «fascista», assurta a insulto sanguinoso, veniva rilanciata da un avversario all’altro. Pochi potevano riderne senza subire offesa; la foga ingiuriosa con cui si ricorreva all’epiteto, senza rigore di verità, per puro intento calunnioso, era già indizio di sospetto, malafede e di ambiguità.
In breve metà del paese diede del «fascista» all’altra metà, quando poco prima l’intero paese o quasi l’aveva considerato un privilegio e un vanto. Così tra il 1943 e il 1945, negli anni cui l’abiezione fu anche più grave della dimenticanza, si assisté in Italia a un processo di trasformismo di dimensioni epocali.
Cambiavano gli attori, l’Italia restava la stessa. I giornali, da succubi zerbini del regime, divennero audaci propagatori del nuovo verbo; i giornalisti che s’erano distinti nella turpe campagna razziale del fascismo, furono altrettanto zelanti nella difesa «della democrazia e della libertà».
Nell’estate del 1944 Alba De Cespedes, diventata comunista, dirigeva la rivista letteraria Mercurio, alla quale, scrive Miriam Mafai «collaborano gli intellettuali che non si erano compromessi col fascismo». Non è esatto. La stessa Alba De Cespedes, iscritta al sindacato scrittori fascisti (come Alberto Moravia), aveva regolarmente collaborato alla stampa di regime e ai più sordidi fogli antisemiti, quali Difesa della Razza, Tevere e Quadrivio. Quanto ai collaboratori della rivista «non compromessi col fascismo», c’erano Alfonso Gatto (futuro comunista) e Arturo Tofanelli (futuro socialista), entrambi entusiasti esegeti del Duce e delle «opere del regime».
Parecchi si nascondevano, come Antonio Baldini, esaltatore a Weimar della cultura nazista, che girava per Roma con gli occhiali neri da cieco, la barba finta e i baffi arricciati di sego. A Weimar c’erano anche Elio Vittorini, Natalino Sapegno, in divisa fascista, e Giaime Pintor, fratello di Luigi fondatore del Manifesto, che nel 1940 aveva gioito per la caduta della Francia e la sconfitta della democrazia.
L’epurazione fu un episodio «transeunte». Si scoprì che i più importanti fascisti (non meno di 34.000 secondo un calcolo obiettivo) erano stati accolti nel Pci.
E Concita De Gregorio che nei giorni scorsi ha titolato l’Unità: «Roma città aperta ai fascisti», dovrebbe andarsi a rileggere le cronache di quei giorni.
Tra gli epurati c’era il professor Nazareno Padellaro (zio di Antonio Padellaro, ex direttore dell’Unità), noto fascistone, firmatario del manifesto antisemita del ’38, autore di un inno delle scuole al Duce, amico e collega dell’altro filosofo «mistico» Giuseppe Flores D’Arcais (dice nulla il nome?) con il quale aveva partecipato nel 1939 a un convegno di mistica fascista.
Padellaro venne infine riabilitato e in virtù di non si sa quali meriti nominato direttore generale del Ministero della Pubblica Istruzione. Non venne epurato lo storico Enzo Santarelli, fascista notorio, anch’egli firmatario del manifesto razzista, perché fu lesto a chiedere la tessera del Pci divenendo storico prezzolato del partito.
Liberata Roma, il 4 giugno 1944, la radio inglese raggelò le speranze di quanti tentavano in fretta di accreditarsi come antifascisti. Vittorio Veltroni, famoso giornalista della radio fascista (sua la radiocronaca della visita di Hitler in Italia nel 1938) fu tra i più spregiudicati. Riuscì, non si sa come, a farsi assumere a Radio Roma, controllata dagli alleati. Nessuno gli chiese conto del suo passato, nessuno lo deferì al tribunale dell’epurazione, anzi la sua carriera proseguì alla Rai fino a diventare direttore del primo telegiornale di Stato.
Il figlio Walter, per non resuscitare imbarazzanti memorie, non ne parla mai.
In fondo, a pensarci bene, è del tutto naturale che il più becero antifascismo venga di lì.”
Ma, ripetendo l’infausta espressione di Badoglio nel 8 settembre ’43, “La guerra continua…”
Prima puntata del 13.09.08
Seconda puntata del 17.09.08



Pubblicato il 27 settembre, 2008 alle 2:12 am da Chirone