“Tutti al mare, tutti al mare, a mostrar le chiappe chiare…” era il tormentone dell’estate di parecchi anni fa, che invitava perentoriamente gli italiani ad una tregua balneare sul fronte della guerra quotidiana. Da allora molte cose sono cambiate e non sempre in meglio, a cominciare dalle… chiappe, ancora chiare ma più cascanti. Lapalissianamente siamo tutti più vecchi e più logori, sia per il trascorrere del tempo che per lo scoramento che sottilmente s’insinua nella mente, un ronzio di sottofondo dai toni bassi ma continuo, che impedisce a noi italiani d’essere carichi emotivamente, d’avere le motivazioni vincenti, con quel pizzico d’audacia irrazionale, fatta di coraggio ed incoscienza che mette a frutto il rischio trasformandolo in vittoria. Siamo un popolo “moscio”, snervato dagli infiniti ostacoli piccoli e grandi che, superati o aggirati, continuamente ricrescono e si ripropongono. Lungo l’elenco dei mali comuni e senza gaudio che ognun può fare, aggiungendovi poi i guai strettamente personali. Certo stiamo esagerando ma abbiamo la sensazione che tutto vada storto, che il declino sia inarrestabile, qualunque ambito si analizzi, e che “la soluzione” nessuno la possieda o abbia l’autorevolezza di metterla in pratica.
Avremmo necessità impellente d’una cura eroica, d’uno scossone traumatico, d’un attacco febbrile a 42°, tale da portare al delirio, a rischio di vita, ma capace di farci uscire dalla febbriciattola continua che non ci uccide ma ci sfianca lentamente lasciandoci spossati e rassegnati.
La “depressione sociale” è il male oscuro d’Italia, ampiamente motivato dallo stato di stallo in cui si trova la struttura politico-amministrativa che da qualche decennio ci “sgoverna”.
Forse sono queste le motivazioni che portano tanti a sognare ed invocare la venuta salvifica di un “uomo della provvidenza”, che prenda su di sé tutto il male, se non del mondo, almeno dell’Italia, capace di prendere decisioni e distribuire sberle, anche a costo che qualcuna arrivi anche a noi. E’ l’attesa messianica di un venturo Baffone o Puzzone, con tutti i rischi e gli aspetti negativi che porta con sé un castigamatti.
Troppi i problemi e troppi i legacci, le incrostazioni e le resistenze che invischiano gli ingranaggi decisionali e impediscono qualunque cambiamento. In un sovrumano sforzo d’ottimismo, anche ammessa e non concessa la buonafede della classe politica e amministrativa (di destra e di sinistra), constatiamo che nulla si riesce non dico a rivoluzionare ma neanche a modificare, se non gattopardescamente e sempre col dubbio dei secondi fini, un tarlo che rode il consenso e inficia i risultati.
La nostra è diventata una macchina in cui, oltre le trombe del clakson, funziona benissimo solo la frizione, tra parti politiche e al loro interno, tra gli apparati dello Stato in perenne conflitto intestino, tra istituzioni statali, regionali e comunali, tra associazioni e comitati, tutti rappresentativi di qualcosa e di qualcuno e capaci di frapporre ostacoli. Non si fa a tempo ad ipotizzare una bozza di accordo, ottenuto dopo estenuanti discussioni, confronti, consultazioni, ripensamenti, referendum che subito l’ultimo scalzacani ricorre al TAR che una sospensiva non la nega a nessuno, prima di entrare nel merito e di uscire nella paralisi. Ogni comitato ha diritto di vita e di morte su decisioni nazionali d’importanza strategica e talvolta vitali (gestione dei rifiuti, ampliamento di basi militari, trafori e grandi vie di comunicazione, energia nucleare, etc.) e non c’è argomentazione per quanto strampalata che non trovi paladini pronti alla difesa, percorrendo tutti i gradi ed i gradini di giudizio, fino in Cassazione o alla Corte di Giustizia dell’Aia. La fiducia nell’apparato giudiziario è miserrima e nessun italiano affronta con animo sereno un qualsiasi grado di giudizio, essendo l’esito affidato troppo spesso al caso, nonostante l’onesto lavoro della gran parte dell’Ordine giudiziario. Ma le stramberie e distorsioni di pochi annullano le fatiche dei molti e ormai ognuno s’è convinto che in Italia regna la certezza del diritto e del rovescio.
Dove può andare un veicolo nel quale con tutte le forze si pigia contemporaneamente su acceleratore e freno ed il volante viene tirato da tutte le parti?
Ah! se potessimo scendere! Ma il nostro è un viaggio in aereo ed una volta in volo possiamo tornare a terra solo atterrando. L’alternativa è peggiore e non possiamo permettercela, e non ci sono paracadute. Forse solo lo Stellone….


Pubblicato il 24 giugno, 2008 alle 10:36 am da Chirone