“L’umanità non ha la forza di rimuovere la pietra che essa stessa ha fabbricato, cercando di impedire il tuo ritorno. Manda il tuo angelo, o Signore, e fa’ che la nostra notte s’illumini come il giorno”.
Il rabbino capo di Haifa, Shera Yshuv Cohen, ospite al Sinodo dei Vescovi, dettando legge in casa altrui, ha invitato la Chiesa di Roma a non concludere il processo di beatificazione di Pio XII.
La risposta che ne ha ottenuto è stata di grande tolleranza, come da troppo tempo ormai raccomanda la consolidata prassi di prendere schiaffi e porgere l’altra guancia all’infinito.
Due sono gli aspetti controversi della vicenda: quello formale, di pesante interferenza di un alto rappresentante religioso nelle vicende delicatissime di un altro credo, ospitante per giunta; e l’altro, sostanziale, di accusa esplicita al papa Pio XII d’essere stato un filo-nazista e conseguentemente persecutore di ebrei. In pratica un assassino -o un complice di assassini- comodamente assiso sul soglio di Pietro.
Ormai l’usanza vuole che non si possa rispondere per le rime ai non-cattolici e in particolare agli israeliti e agli israeliani che sotto l’egida della shoah si permettono atteggiamenti, dichiarazioni e fatti che per chiunque altro non passerebbero lisci impunemente.
Se di fatto lo scopo di rallentare, rinviare o annullare il processo di beatificazione di papa Pacelli è stato ottenuto, alimentando ulteriormente la leggenda falsa e nera che lo avvolge, per contrappasso c’è stato un diluvio di dichiarazioni e articoli di stampa che hanno fatto rinverdire la memoria del papa coraggioso e mistico che morì cinquant’anni fa, il 9 ottobre 1958.
Infiniti gli studi storici e gli attestati sulla sua opera e a maggior ragione colpevoli d’ignoranza, interesse o malafede gli atti d’accusa contro di lui, che può essere considerato non solo l’ispiratore ma l’estensore dell’enciclica di Pio XI “Mit Brennender Sorge” (Con bruciante preoccupazione) l’unica promulgata in tedesco e letta il 21 marzo del 1937, domenica delle Palme, in tutte le chiese della Germania.
Viene tuttora considerata, a distanza di settanta anni, la più dura condanna che la Santa Sede abbia mai espresso nei confronti di un regime politico. Molto più dura della critica al comunismo ateo che lo stesso Pio XII espresse velatamente già il 5 giugno 1945 con l’allocuzione “Nell’accogliere” a proposito della pace ritrovata:
“Tutta l’umanità segue con ansia il progresso di così nobile impresa. Quale amara delusione sarebbe, se essa venisse a fallire, se fossero resi vani tanti anni di sofferenze e di rinunzie, lasciando nuovamente trionfare quello spirito di oppressione, dal quale il mondo sperava di vedersi finalmente liberato per sempre! Povero mondo, al quale si potrebbe allora applicare la parola di Gesù: che la sua nuova condizione è divenuta peggiore di quella da cui era così penosamente uscito.”
Nel 1948, anche per sua ispirazione, furono vinte le elezioni del 18 aprile contro il Fronte Popolare marxista e nel 1950, in seguito alle persecuzioni dei cristiani nell’Europa dell’est, scomunicò tutti i comunisti. Infine, nel 1955, dichiarò esplicitamente:
“Noi respingiamo il comunismo come sistema sociale in virtù della dottrina cristiana, e dobbiamo affermare particolarmente i fondamenti del diritto naturale. Per la medesima ragione rigettiamo altresì l’opinione che il cristiano debba oggi vedere il comunismo come un fenomeno o una tappa nel corso della storia, quasi necessario «momento» evolutivo di essa, e quindi accettarlo quasi come decretato dalla Provvidenza divina.”
Forse da queste posizioni forti nasce negli anni ’60 la damnatio memoriae contro il papa che proclamò l’ultimo dogma, l’Assunzione di Maria, e iniziò la consuetudine dell’Angelus domenicale in piazza s.Pietro.
Paolo Mieli, giornalista e storico di origini ebraiche, direttore del Corriere della Sera, intervistato estesamente da L’Osservatore Romano, ha detto tra l’altro:
“Prima di tutto Pio XII paga il conto per il suo anticomunismo. Secondo: questo Papa conosceva bene la Germania e aveva avuto un atteggiamento filotedesco — che, attenzione, non vuol dire filonazista. Infine va detto che le critiche a Pio XII provengono sempre da mondi nei confronti dei quali le critiche potrebbero essere dieci volte tanto. Mondi che nel corso della Shoah non seppero dare una presenza neanche lontanamente vicina a quella che loro rimproverano a Pio XII di non avere avuto. La verità è che l’odio per Pio XII nacque in un contesto preciso, quello dell’inizio della guerra fredda. Ricordiamo che fu il Papa che rese possibile la vittoria della Democrazia cristiana nel 1948. Io sono convinto che le accuse nei suoi confronti siano lo spurgo di un odio nato nella seconda metà degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta. Certamente Pio XII fu un Papa anche — e sottolineo «anche» — anticomunista. E durante questi decenni di polemiche gli è stato spesso rimproverato di essere stato turbato da questa visione. Ricordiamo, ad esempio, due suoi famosi discorsi pronunciati prima di diventare Papa, nel corso di due viaggi in Francia (1937) e in Ungheria (1938), in cui venivano sottolineate maggiormente le persecuzioni del regime comunista piuttosto che quelle del regime nazista. A questo riguardo va però fatta una premessa: la tematizzazione della Shoah come noi oggi la recepiamo è di molti decenni successiva alla fine della seconda guerra mondiale. Io ricordo che negli anni Cinquanta e Sessanta si parlava ancora approssimativamente di deportati nei campi di concentramento. Si sapeva che agli ebrei era toccata la sorte peggiore, ma la piena consapevolezza della Shoah è qualcosa di successivo. Negli anni Trenta, pochissimi avevano l’idea di quello che poteva accadere agli ebrei. Certo, in Germania c’era stata la «notte dei cristalli». Ma è ovviamente molto più facile leggere e comprendere i fatti oggi, col senno del poi. E gli ebrei fuggiti dalla Germania non furono accolti a braccia aperte in nessuna parte del mondo, neanche negli Stati Uniti. Insomma, fu un problema complesso. Il mondo occidentale, il mondo civile, tranne alcune eccezioni, non capì, non si rese conto di quello che stava accadendo. Perciò quando noi parliamo di un Papa alla fine degli anni Trenta, possiamo comprendere che fosse più sensibile alle persecuzioni anticristiane in Unione Sovietica rispetto a quanto stava emergendo nel mondo nazista. Questo non vuol dire che fosse un nazista camuffato. […] E allorché il Papa morì, Golda Meir — ministro degli Esteri d’Israele e futuro premier — disse: «Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata in favore delle vittime. Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace».
Chi volesse ulteriormente sapere può cliccare sui siti seguenti:
- Luciano Garibaldi per Il Sussidiario
- Paola Springhetti per Avvenire
- Roberto Beretta per Avvenire
- Andrea Riccardi per l’Osservatore Romano
- Antonio Gaspari per ZENIT


Watson
3 years ago
Oggi su il Velino è apparso un articolo di Giulio Meotti, giornalista e scrittore sensibilissimo alle tematiche israelite, che contribuisce a chiarire i motivi storico-politici che sono alla base dell’astio ebreo verso Pio XII.
Col senno di poi occorre ammettere che il Vaticano aveva visto giusto nel non voler la nascita dello Stato di Israele, fonte di perenne contrasto con le popolazioni palestinesi che si son viste scacciare dalle terrre occupate da 19 secoli per far posto agli ebrei che vantavano diritti di “terra promessa” e forti della cattiva coscienza del mondo per le persecuzioni che erano state loro inferte negli ultimi secoli e sopratutto negli anni dal ’35 al ’45. Ma nessuna alternativa esisteva agli occhi del… popolo eletto.