A qualcuno piace caldo

Pubblicato il 27 maggio, 2009 alle 6:47 pm da


A qualcuno piace caldo

Confesso, a Quell’Altro, e a voi fratelli, che personalmente mi son rotto le palle delle interrogazioni, fatte ovviamente di domande e di risposte, fin da quando frequentavo, con scarso profitto, la seconda elementare.

Per mia colpa, mia colpa, mia massima colpa, ah! se avessi studiato!

Ma così è ed ormai è tardi per rimediare e correggermi. Le uniche richieste che accetto serenamente sono l’elemosina nuda e cruda e l’ora, perché documentano la mancanza di pane e companatico e di un orologio e cellulare. Tutte le altre domande mi mettono in allarme e talvolta ottengono controproposte perentorie di viaggi sconvenienti anche se gratuiti.

Da qualche settimana Repubblica insiste nel porre a Berlusconi 10 domande, pretendendo risposte a voce alta (a voce bassa siamo certi che Berlusconi abbia dato le stesse risposte “all inclusive tour” alle quali ricorro io) su vicende personali che gli creano comunque imbarazzo come allo scolaro davanti alla lavagna.

Avesse agito con più furbizia o con meno spavalderia, oggi avrebbe risolto la situazione con una sana e sonora pernacchia, come migliaia prima di lui e io auspico, col permesso dell’Arci-gay, anche dopo.

Avendo intravvisto una crepa nella diga per ora insormontabile del consenso berlusconiano, il quotidiano non si dà pace della sua reticenza, riuscendo a farsi seguire nella ricerca delle tracce biologiche del premier dal forcaiolo Di Dietro, abitué della formula  “a domanda risponde”,  e dal sagrestano Sudario, ancora perseguitato dall’acne giovanile e col complesso del confessionale…

Pur non avendone i titoli è una bella occasione per salire in cattedra, non per far lezione e tanto meno pratica, ma per far domande e Franceschini non se la lascia sfuggire: “Quante volte, figliolo?”.

Visto “che zz’è” e che i pochi rivoluzionari a riposo ancora hanno voglia d’ascoltare, si lancia in una domanda in cabina, quella da cinque milioni in gettoni d’oro:

«Fareste educare i vostri figli a Berlusconi?».

Gelo diffuso e stratificato.

Qui non si tratta più di acquistare un’auto usata da un venditore di magagne; qui si tratta d’affidare dei teneri virgulti ad un tipo losco, un consumatore di viagra, uno che ha fatto i miliardi non si sa come e li utilizza per annientare il nemico, che attenta alla nostra libertà e a quella dei suoi dipendenti di sfotterlo in diretta televisiva, che non collabora col boia per farsi decapitare, che esporta capitali all’estero e corrompe avvocati inglesi, con tutta l’abbondanza che c’è in Italia…

Pare che il maestrino dalla penna rossa (almeno quella è rimasta) attenda la risposta, che nei suoi intendimenti va consegnata il 7 giugno, in bella copia.

Ognuno, se vuole, risponda. La risposta è difficile, specialmente per me che non ho figli e, avendone, preferirei educarli in proprio, secondo la mia disdicevole tradizione di famiglia.

Non so se li affiderei a Berlusconi, ma certo, certissimo non li affiderei a Franceschini e ai suoi amici e compagni.

Perché preferirei che non diventassero comunisti o cattocomunisti. Già questo sarebbe un ottimo risultato. Se poi non fossero dei leccaculi, tanto di guadagnato. E poi non vorrei che provassero l’ebbrezza della droga libera, neanche a livello degli spinelli “fini” e che, visto che la carne è debole, nell’eventualità, scegliessero carne appartenente chiaramente all’altro sesso, magari anche a rischio di gravidanze non volute ma accettate, da non far concludere con un aborto o con qualche pillola del giorno dopo.

Perché se proprio debbono ammazzare qualcuno, con tutti i grandi figli di puttana che ci sono a disposizione in giro per il mondo, non vorrei lo facessero con l’essere più indifeso ed innocente, deputato tra l’altro ad ereditare e trasmettere il patrimonio cromosomico di quest’asino calzato e vestito -male, per di più- che riconosco di essere. Inoltre il sottoscritto quadrupede, senza fretta, nella tomba vorrebbe andarci per conto suo, senza la loro spinta, pronto a rinunciare anche all’aiuto dei radicali.

Nessuno è perfetto.

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