Pane e lavoro

Pubblicato il 31 ottobre, 2008 alle 7:34 pm da


“Chissà se gli studenti lo sanno: i professori universitari che si riempiono la bocca con la parola “sciopero” hanno inventato e praticano un geniale sciopero all’italiana, niente lavoro ma anche niente trattenuta in busta paga.

Piazze piene ma anche tasche piene. Rivoluzione e retribuzione.

In poche parole: i baroni della rivolta contro i tagli scioperano nei “fatti”, visto che non lavorano; ma “formalmente” non sono in sciopero e quindi non ci rimettono un centesimo.

Fino a qualche anno fa, alcuni giorni dopo lo sciopero, i professori ricevevano una lettera dall’amministrazione in cui si chiedeva conto della loro presenza o assenza. Bastava non rispondere e lo stipendio veniva decurtato. Tanto, nelle università, non c’era e non c’è alcun controllo delle presenze. Nè cartellini nè registri da firmare.

Ora è stato eliminato anche il fastidioso recapito dell’antipatica lettera e quindi si procede così. Si procede con il Consiglio di facoltà che delibera la “sospensione dell’attività didattica”. Viene stabilito che nei tali giorni la facoltà è chiusa e quindi i professori sono lasciati in libertà.

Sono a casa. Pagati.

[...] una gigantesca truffa già in questi giorni, visto che la protesta degli studenti è contro il decreto Gelmini che riguarda le elementari, e quindi non si capisce che senso abbiano le occupazioni delle università. Il sindacato spiega questa assurdità dicendo che le università comunque sciopereranno il 14 novembre e all’appuntamento bisogna arrivarci preparati, insomma bisogna allenarsi prima con un po’ di cortei, di assemblee, di slogan”.

Lo scrive Michele Brambilla, vicedirettore de ‘Il Giornale’.

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