Non avendo la possibilità d’indagare, per carenza di tecnologia, sui misfatti di Lucrezia Borgia, la Procura di Bolzano, in una campagna di scavo archeologico-giudiziario per una vicenda che riguarda, nell’anno del Signore 1993, la cessione della ITALTEL alla Siemens da parte dell’IRI presieduta da Romano Prodi, ha disposto, 14 anni dopo e con Prodi nel frattempo in carica a Palazzo Chigi, delle intercettazioni telefoniche sulle utenze di suoi stretti collaboratori.
Scoprendo un interessamento di Prodi per vicende burocratiche-affaristiche di congiunti o affini che non presentano nulla d’illecito ma, casomai, confermano l’ubiquitaria e sempiterna consuetudine italiana a confidare in “una buona parola” e in “un occhio di riguardo”.
Il “caso” nasce dal fatto che le intercettazioni sono state regolarmente pubblicate da un settimanale, (edito dal gruppo di Silvio Berlusconi), lavando pubblicamente e stendendo al sole quei panni che dovrebbero essere lavati in famiglia.
Forse per interesse personale e politico o in buonafede, Berlusconi ha mostrato vicinanza al suo predecessore:
«La pubblicazione di intercettazioni telefoniche riguardanti Romano Prodi, a cui va la mia assoluta solidarietà, non è che l’ennesima ripetizione di un copione già visto. [Invito] il Parlamento ad intervenire per evitare il perpetuarsi di tali abusi che tanto profondamente incidono sulla vita dei cittadini e sulle libertà fondamentali».
Forse per interesse personale e politico o in buonafede, Prodi ha reagito bruscamente:
«Mi sembra evidente che vi si trattano fatti di nessuna rilevanza dal punto di vista sia giuridico sia penale. Come presidente del Consiglio ho infatti preso atto delle legittime richieste di una importante struttura scientifica della regione Emilia Romagna e, nel rispetto delle norme e delle leggi, ho chiesto agli organismi competenti di valutarne le istanze. Nella veste di zio, e quindi in forma assolutamente privata ho ascoltato le richieste di un mio nipote e gli ho dato dei consigli. Non vorrei, vista la rilevanza che sembra assumere una vicenda di così scarsa portata e vista la fonte giornalistica che la vicenda tornasse utile a quanti invocano giri di vite sulle intercettazioni telefoniche. Da parte mia non ho alcuna contrarietà al fatto che tutte le mie telefonate siano rese pubbliche. Vista la grande enfasi e, nello stesso tempo, l’inconsistenza dei fatti a me attribuiti [...] non vorrei che l’artificiale creazione di questo caso politico alimentasse il tentativo o la tentazione di dare vita, nel tempo più breve possibile ad una legge sulle intercettazioni telefoniche che possa sottrarre alla magistratura uno strumento che in molti casi si è dimostrato indispensabile per portare in luce azioni o accadimenti utili allo svolgimento delle funzioni che le sono proprie».
Come al solito Prodi esibisce rancore ma non intelligenza. L’ossessione che attanaglia l’antiberlusconismo, militante ma non trionfante, di vedere in qualunque decisione presa o ipotizzata dall’odiato “nemico” solo, sempre ed esclusivamente un interesse personale (“a prescindere”, come sosteneva Totò) è il paraocchi che fa danno a tutti noi filistei pur di colpire Sansone.
La pubblicazione delle intercettazioni telefoniche –per di più senza risvolti penali- è un abuso?
Danneggia tutti i cittadini –tutti ormai siamo praticamente intercettati, o come chiamanti o, peggio, come riceventi- si o no?
Se la risposta è si, è giusto che il Parlamento provveda, anche a costo di rinunciare a vedere scritte sui giornali le prestazioni orali di chicchessia, fosse anche Silvio Piccolomini o il Romano Impero.


Roberto
3 years ago
Brutta faccenda. Speriamo che si provveda ad impedire la pubblicazione delle intercettazioni per decreto-legge ad effetto immediato, altrimenti rischiamo di doverne leggere altre di Prodi, di Parisi, di Rosy Bindi, di Formigoni e di altri minori conventuali.
Bella rottura ! !
Molto più pecorecce e pruriginose le avventure di Pocahontas…