[prima puntata il 13 settembre]
L’indomani, l’8 settembre, nel corso della cerimonia ufficiale a Porta San Paolo per ricordare il 65° anniversario dell’inizio dei combattimenti contro i tedeschi, alleati fino al giorno prima, il ministro della Difesa La Russa dichiarava:
«Farei un torto alla mia coscienza se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia.»
La miscela esplosiva delle dichiarazioni concatenate di Alemanno e La Russa fece il suo dovere, ed esplose. Massimo D’Alema, che nulla ha da rimproverare al suo passato ideologico di leale adoratore dei valori della democrazia e della libertà, onorati, incensati e difesi fina dalla più tenera infanzia, quando nelle vesti di eletto Giovane Pioniere poteva sedere sulle ginocchia di Togliatti o quando, più cresciutello, si esercitava nel lancio delle bottiglie molotov, non per far del male ad alcuno ma solo per onorare il nome del bolscevico inventore, non regge all’affronto:
«Colpisce molto questa rivalutazione del fascismo che viene da parte di esponenti di governo e istituzionali. Trovo che, prima nelle affermazioni di Alemanno, e adesso in quelle del ministro La Russa, si confondano ruoli istituzionali con riflessioni di natura storica assai discutibili. Il “cittadino La Russa” può pensare quello che vuole, ma il ministro della Difesa è lì per ricordare la lotta antifascista da cui è nata la repubblica di cui egli è ministro. Invece la ‘repubblichina’ di Salò è un’altra cosa. [...] ricordare, come disse una volta Violante, che i caduti, coloro che sono morti in buona fede, sono persone che meritano rispetto. Una cosa è questo e l’altra è la valutazione del conflitto in cui c’era chi combatteva dalla parte della democrazia e chi dalla parte del fascismo e del nazismo [...] aveva torto e guai a dimenticarlo.»
Si ignora se in queste parole fosse nascosta in modo recondito anche un’allusione critica all’alleanza, provvisoria ma determinante, tra nazismo e comunismo, tra Germania hitleriana e URSS staliniana sancita nel patto Ribbentrop-Molotov (quello della bottiglia) di aggressione comune e spartizione della Polonia, che dette inizio alla 2° guerra mondiale.
Anche l’anima candida dell’ex ministro e segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, si ribella e chiede addirittura che «La Russa si dimetta perché non è possibile avere al governo un ministro che si è posto con ogni evidenza fuori della Costituzione».
Ma la ribollita polemica tra vincitori e vinti, tra buoni e cattivi, pur tra ragionamenti di buon senso come quello di Mario Cervi
“Gli italiani scapparono a casa – fatte salve eccezioni molto onorevoli e anche eroiche, ma eccezioni – perché non volevano più combattere: esortati a così comportarsi dall’esempio della famiglia reale e del capo del governo – un maresciallo d’Italia! – fuggiaschi verso Ortona a Mare e poi imbarcati sulla corvetta Baionetta. Quella dei tedeschi dopo l’8 settembre non fu un’operazione bellica, fu un immane rastrellamento. Pochi uomini si batterono a Roma: il corpo d’armata che avrebbe dovuto presidiarla si liquefece (Kesselring, il capace comandante tedesco, era inizialmente del parere che fosse impossibile contrastare le superiori forze italiane e che convenisse ripiegare al Po). In quello sfacelo non si ravvisava nessuna ansia di libertà democratica, ma solo l’avversione a una guerra palesemente perduta. Gli italiani erano contro il fascismo. Ma contro il fascismo sconfitto. Non sono del parere che il fascismo abbia assunto connotazioni intollerabili solo con le leggi razziali. Quand’anche non le avesse varate, ma avesse perduto la guerra come l’ha perduta, sarebbe stato causa della sventura d’Italia.”
”Il revisionismo storico ha vinto la sua battaglia sulle storiografie di partito, sia a destra sia a sinistra: la Resistenza è stata riconosciuta come il momento in cui l’Italia ritorna alla democrazia e, d’altra parte, la sinistra ha riconosciuto come senza l’intervento anglo-americano non ci sarebbe stato in Italia il ritorno della libertà. Tutto questo è chiaro, pacifico, divulgato. Ma, anche in questo, il Paese è più avanti della politica che, appena può, si attarda su polemiche che rimasticano quanto è già stato digerito. Sembra quasi che in politica si lavori perché il passato non passi, perché il Novecento non sia finalmente consegnato all’archivio storico. [...] Perché il rapporto tra storia e politica avviene sempre sotto la minaccia della strumentalizzazione? Se le idee del revisionismo sono ormai le idee di tutti – fatta eccezione per chi non ne vuole sapere e nega l’evidenza – la destra guardi avanti e pensi semplicemente a fare ciò che è chiamata a fare: amministrare e governare. L’antifascismo è stato utilizzato per tanto tempo in maniera ideologica ed è servito ad estromettere la destra, sistematicamente accusata di fascismo, dall’arco costituzionale. L’antifascismo ideologico era la dimostrazione più tangibile della fragilità della nostra democrazia che non riusciva ad esprimere una cultura etico-politica compiutamente antitotalitaria. Ma se tutto questo è oggi superato, allora, la destra si liberi da quello che sembra essere una schizofrenia o un tic: la continua necessità di fare distinguo sul fascismo e le precisazioni sulla complessità del fenomeno con i suoi lati negativi ma anche quelli positivi. Ma questa è materia per la storiografia e, riconquistata un’idea di libertà pratica e ideale, non c’è novità storiografica che possa servire per questa o quella lotta politica. Per quanto la politica non possa fare a meno della storia, di una legittimazione culturale, non si può credere che la storia si possa sempre e comunque utilizzare per fini politici. A volte sembra che la destra strumentalizzi i ragazzi di Salò compiacendosi di una cultura dei vinti che, invece, una volta testimoniata e riconosciuta va conservata nella memoria per alimentare la nostra coscienza della verità, ma non va esaltata e introdotta nuovamente nella lotta politica che si deve nutrire di altri temi e problemi. Gianni Alemanno ieri, rivedendo senza dirlo quanto aveva detto il giorno prima, ha ricordato i principi «irrinunciabili a cui si àncora la Repubblica italiana: libertà, democrazia, giustizia e rifiuto di ogni forma di totalitarismo, principi costruiti proprio sul sacrificio di chi volle combattere per la liberazione dell’Italia». Ecco, su questi principi convergono, dopo aver fatto pulizia in casa propria, sia la destra sia la sinistra. Ci si attenga a questa idea di Italia, il resto è confusione ideale e pratica.”
non giovano alla causa degli immortali fautori dell’ “ora e sempre resistenza.
Ma, ripetendo l’infausta espressione di Badoglio nel 8 settembre ’43, “La guerra continua…” (segue)


Pubblicato il 17 settembre, 2008 alle 7:43 pm da Chirone